Dieci buoni motivi per NON prendere un cane:
1.Per non alzarsi ogni mattina alle sei per portarlo fuori, sia nei giorni bui, di pioggia, di freddo e quando anche si è rincasati alle tre o quattro di notte
2.Per non tornare, quando è cucciolo, a casa nella pausa e mettersi a pulire pipì ovunque saltando il pranzo; e quando è grande per non tornare a casa nella pausa e riuscire subito per la seconda passeggiata, saltando il pranzo
3.Per non svegliarsi il sabato mattina e portarlo un sabato dal veterinario per il vaccino, uno perchè si è ferito alla zampa, uno perchè ha una strana tosse
4.Per non comprare, se di taglia grossa, chili e chili di carne, e per qualunque taglia cucinare e conservare pentole di carne e pasta
5.Per non dover lavare e disinfettare tutto il bagno ogni volta che lo si lava e schizza ovunque, lavare i pavimenti ogni volta che piove e zampetta ovunque, lavare il copridivano un giorno sì e l’altro pure quando si rotola sopra
6.Per non rientrare la sera a casa e trovare le scarpe nuove, i jeans che stavano meglio o il completo intimo preferito tutti mangiucchiati
7.Per non trovarsi, se con manto lungo, peli su divano, poltrone, tappeti, vestiti e passare la scopa ogni giorno togliendo gomitoli di pelo
8.Per non stare fino alle nove di sera con il buio che cala sulla spiaggia a cercarlo con il cuore in gola perchè è scappato dietro a qualche cagnolina
9.Per non doversi organizzare le vacanze con anticipo per trovare un posto che accettino i cani o qualcuno che ce lo tenga durante la nostra assenza
10.Perchè come disse Konard Lorenz: con un cane si stringe un patto di amicizia molto stretto e rompere questo patto significherebbe commettere un omicidio.
Undici buoni motivi per PRENDERE un cane:
1.Perchè come disse l’attore Orlando Bloom in una sua intervista: quando tutto il mondo si occupa di te, ti viene voglia di occuparsi di qualcuno che ha bisogno di te
2.Perchè un respiro in più nel silenzio della notte, delle zampette che corrono avanti ed indietro per il corridoio o il rumore delle slinguazzate in una ciottola d’acqua sono deliziosi suoni
3.Perchè accarezzare un morbido manto dona tanta tranquillità e dolcezza, quanto giocare a tirare una pallina dà gioia ed allegria
4.Perchè passeggiare tutte le sere almeno un’ora fa bene al fisico, alla mente ed allo spirito
5.Perchè non ci sarà più sera in cui si sarà troppo stanchi, preoccupati, arrabbiati per non intenerirsi e ricaricarsi al solo sguardo del cane che ti chiede coccole
6.Perchè, soprattutto se non si ha una vita regolare, si scoprono le piccole sicurezze che danno le abitudini quotidiane, così come si può uscire per una breve passeggiata e ritrovarsi alle dieci di sera ancora a chiacchierare con altri proprietari di cani
7.Perchè se si ha meno tempo da dedicare a se stessi si diventa più selettivi nel scegliere come e con chi trascorrerlo
8.Perchè andare in giro con il cane apre la mente, fa conoscere tante persone e ognuno ti racconterà la sua storia con un animale o una loro idea, che ti porterà a nuove riflessioni
9.Perchè alcuni veterinari non sono niente male
10.Perchè è bellissimo guardare il proprio cane, chiedere “ma sei contento?” e vedere una coda muoversi all’impazzata.
11.Perchè se vai in un canile ci sono tanti cani abbandonati in cerca di un nuovo amico che si prenda cura di loro, molti sono stati lasciati in strada per non avere problemi durante le vacanze, per non alzarsi presto ogni mattina, per non avere peli o danni per casa, per non avere più spese. Prendi un cane, adottane uno dal canile della tua città ma solo dopo aver fatto almeno dieci, no, undici riflessioni insieme a tutta la tua famiglia.
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Cosa fa un indiano in autostrada?
Sfreccia!
E un poliziotto?
Va a manetta!
Perchè il dj dopo aver bevuto una Red Bull mette su il CD “A Chi iiii”?
Perchè Red Bull ti mette Le-ali !!!
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Non potevo credere ai miei occhi, la mia coinquilina che ballava scalza ancheggiando davanti alla pianta in soggiorno.
E’ una pianta di origine brasiliana e le foglie si stavano afflosciando un po’ troppo.
“E’ triste, le manca la sua terra; pensa, lì è carnevale e lei è qui da sola”
Così per diverse sere mi sono dovuto sorbire questa danza che, tra le altre cose, toglieva cinque minuti buoni al “tira la pallina” che mi spetta di diritto da anni tutte le sere dopocena.
Mi domandavo ogni volta – anzichè ballare e canticchiare el macarena come un’invasata, non potrebbe stivarla su un bel aereo destinazione Rio de Janero? -
Ma il peggio doveva ancora arrivare, una sera rientrò a casa con un sacchettino sospetto. Subito non capii. Lo appoggiò sul letto e si mise a frugare tra i cd, quindi andò verso il soggiorno. Partì la musica dallo stereo: “Brasil, tatara tara tara ta, brasil brasil…” Lei davanti alla pianta che muoveva ritmicamente piedi e mani ai quali erano attaccati degli strani sonagli, ed ogni tanto infilava una mano nel sacchetto e tirava verso la pianta qualche coriandolo dicendo “Viva el mundo”.
La fissai allibito, con tutto il pelo rizzato sulla schiena.
“Dai, non fare l’antipatico, vieni pure tu a ballare qui che è festa!” e mi lanciava un po’ di coriandoli addosso. “Gelosone.”
Nei giorni precedenti avevo pensato in effetti di essere stato accecato dalla gelosia, non essere stato obiettivo, ma questa era follia pura.
Scappai sotto il letto pensando di cercarmi velocemente, nei giorni seguenti, una nuova sistemazione con gente più normale o senza piante.
Due cose positive nelle settimane successive mi hanno fatto rimanere in questa casa: è arrivato il bel tempo e la mia coinquilina ha trovato un bel libro da leggere.
Le passeggiate si sono allungate e, mentre lei se ne sta sulla panchina al sole assorta nella sua lettura, io posso scorazzare libero quanto mi pare e piace in cerca di cagnette vogliose.
Posso lasciarmi alle spalle l’inverno, il buio della casa nelle ultime ore del pomeriggio lavorativo, e perfino quell’odioso carnevale.
Spero solo che il libro abbia molte pagine e magari anche un lieto fine. Quando è contenta mi dà più biscotti.
Io, nel frattempo, ho smesso di fare di nascosto la pipì nel vaso della pianta. Si è ripresa. Eh, la forza della macarena.
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Te lo giuro sulla tomba del canguro.
Fragola, limone, mandarino, arancia.
Hai sete tira la coda al prete.
Marianna corre e tiene per mano una bambina.
Dà voce a quella bambina e ne conserva in tasca la carta di identità.
La bambina ogni tanto le fa cenno di voler vedere cosa c’è nella tasca.
Marianna estrae allora un cioccolatino e distrae la bambina.
La carta di identità è falsa e non passeranno la frontiera.
Uno, due, tre, stella.
L’orologio di Milano fa.
LIBERA TUTTI.
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Febbraio 2, 2009 di elucy
I primi raggi di sole picchiettarono sulle mie palpabre come il becco di un gallo. Aprii gli occhi infastidito.
La notte era stata molto stancante. Ora starmene sdraiato sulla spiaggia a farmi riscaldare dalla luce del mattino era piacevole.
Eppure mi dovevo alzare. Dopo la raccolta dei frutti nella parte più interna dell’isola, mi aspettava la pesca per il pranzo.
Avevo una memoria eccezionale grazie a tutto quel fosforo che ingurgitavo quotidianamente. Mi ricordavo bene tutti i giorni trascorsi fino a quel momento. Rispettavo i programmi di ogni giornata perfettamente, con un ritmo incalzante.
Era una vita frenetica lì sull’isola: pesca, raccolto, caccia, trappole, riparazione della capanna, preparazione degli unguenti contro le scottature.
La sera mi trovava sempre distrutto ma dovevo sfruttare le ore buie per pensare a nuove idee per realizzare vestiti, zattere sempre più resistenti o nuovi modi di accendere il fuoco.
Nel buio, mentre lavoravo assiduamente con le mani o con la mente, mi assopivo ogni tanto, senza volere, e mi capitava di fare sempre lo stesso sogno.
Un ufficio.
Come avrei voluto trovarmi in un moderno open-space di un’azienda, una multinazionale magari.
Seduto alla scrivania con il neon puntato addosso e lo squillo del telefono della postazione accanto a tutte le ore.
Anche ad occhi aperti la mia immaginazione vagava fino alla macchina del caffè alla quale sognavo di trovarmi davanti.
Oppure appoggiato allo schienale di una sedia girevole immobile a fissare il monitor del rumoroso computer in cambio di un modesto gruzzoletto di euro da prestare agli altri senza ritorno.
Solo un bel sogno, lo so, gli uffici non esistono. Sono soltanto una bella invenzione per fuggire dalla realtà dell’isola tropicale dove tocca lavorare duro ogni giorno per sopravvivere.
Eppure anche quella sera, stanco morto, mi addormentai con la speranza di risvegliarmi il giorno dopo in un bel open-space circondato da giacche e cravatte inamidate.
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Dicembre 20, 2008 di elucy
Babbo Natale desiderava come regalo trovare sotto il grosso abete in cortile una slitta nuova.
Quella che aveva stava cadendo a pezzi, quell’anno sarebbe stato l’ultimo che avrebbe potuto usarla. Anche quelli del collaudo gli avevano detto che ormai non potevano proprio più farla passare ai test, avevano chiuso un occhio, anche due, già troppe volte.
Babbo Natale scrisse allora una lettera dei desideri ma se la ritrovò nella sua cassetta della posta.
Era lui Babbo Natale, e non esisteva un Babbo di Babbo Natale.
Pensò “se non esiste un Babbo di Babbo Natale esiste però una befana”. Così cerco il numero di telefono di Befy sulla rubrica e la chiamò.
“Mi spiace, ma io posso portare solo carbone, non sono autorizzata a fare regali, se lo scoprono mi licenziano. Ma, scusa, perchè non ti rivolgi al sindacato? Il nostro quando volevano farci portare anche il carbone dolce ci ha difese.”
“Non ho un sindacato di categoria, di befane ce ne sono tante, di Babbo Natale ce n’è solo uno…”
Babbo Natale aspettò ansiosamente fino all’aprile del nuovo anno, ma quando finì di mangiare tutto il cioccolato dell’uovo di Pasqua dovette rassegnarsi al fatto di non aver trovato una slitta come sorpresa.
E contò centodieci stelle cadenti la notte di San Lorenzo, a tutte chiese la stessa cosa, ma dal cielo non biombò nessuna slitta nuova.
Era già autunno inoltrato e Babbo Natale non aveva ancora risolto il problema slitta. Le renne erano a terra, sul caldo tappeto zebrato in salotto.
Babbo Natale sprofondò sulla poltrona gonfiabile ed accese il maxi schermo LCD su Mediaset.
Gli apparì un simpatico motociclista che stava girando nel circuito di Valencia su una moto sopra un carrello trascinato da tozzi bulldog che indossavano una maglietta con il numero quarantasei. Ogni tanto inquadravano un adesivo sulla moto con la faccia di un cane al quale il pilota dedicava la vittoria.
“Lui mi può aiutare” sobbalzò Babbo Natale.
Le renne lo guardarono un po’ perplesse e spaventate: dei bulldog?
Babbo Natale non si fece fermare da quegli sguardi e chiamò subito Fuori Giri per farsi dare il nome ed il numero di cellulare di quel pilota.
“Ma gli devo parlare in italiano o in inglese?”
“Per carità! In italiano, gli parli in italiano.”
Valentino fu molto stupito e divertito.
“Sì, ma butta giù che ti richiamo io, che ho le chiamate gratis”
Babbo Natale fu colpito da tanta gentilezza, e fece come detto.
Passarono i giorni e le settimane, ma il telefono non squillava.
Babbo Natale, sempre più triste al pensiero dei bambini buoni senza regali, se ne stava alla finestra a vedere i primi fiocchi di neve scendere.
Quando, ad un tratto, vide una moto impennare in cortile.
“Scusa il ritardo Babby ma la Bridgestone faticava a trovarmi le gomme da neve, hanno un gran da fare ora che ci sono solo loro. I cani poi si sono rifiutati categoricamente di venire con me al freddo, sai, loro sono abituati al clima di Valencia, sono del mio amico Dani.”
Babbo Natale commosso ringraziava, guardando le renne corse a vedere quanto stava succedendo lì fuori.
Un po’ schifate si fecero legare alla moto e Babbo Natale salì con tutto il sacco di regali pronti, allacciandosi saldamente al generoso pilota.
“Che bello, con questo motore a valvole abbiamo fatto in un attimo”, le renne alla fine erano soddisfatte di aver faticato meno degli anni passati.
“E ci resta pure il tempo per una birra” aggiunse Babbo Natale
“Sì, ma il prossimo anno ti fai aiutare da Max” disse Vale brindando con Babbo Natale.
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Dicembre 16, 2008 di elucy
Luigi camminò anni avanti e indietro per le strade della sua città, appoggiato ad un ombrello, a un bastone o a una sottile asta con in cima una piccola bandiera verde che usava sventolare per accompagnare un saluto.
Quel dolce viso incorniciato da una candida barba ed illuminato da azzurri occhi sorridenti era conosciuto da tutti. Qualcuno cercava di chiamarlo Gigi ma lui si ribellava.
“Mi chiamo Luigi!”
Da chi gli stava particolarmente simpatico, però, si faceva chiamare ” A Lui’ “, mentre schizzava ondeggiando da un marciapiede all’altro della città.
Era quasi sempre a piedi, solo rarissime sere d’estate si poteva vederlo pedalare su una vecchia graziella rossa con un cestino di vimini legato dietro, dove metteva un po’ di spesa e qualche giornale.
In realtà aveva un’automobile, una vecchia Fiat A112 con il tettuccio decappottabile ed alcuni pezzi d’epoca.
Proprio come un delicato pezzo d’antiquariato la teneva ferma sulla salita vicino casa, coprendola nei giorni di pioggia.
Quell’auto era la sua cantina di lamiera, un museo su ruote di oggetti che avevano segnato la sua vita e la storia di mezza Italia.
I piccoli adesivi ACI di tutti i colori, rosso, verde, oro, argento, brillavano ancora sul vetro. Eppoi c’era la madonnina appesa, di quelle che si illuminano da sole di notte, ed anche vecchie copie rosa della gazzetta dello sport, e molti Topolino sparsi sui tappettini ma come nuovi di zecca; ed ancora, poster arrotolati con la reclam della Coca Cola, contenitori per gli alimenti di latta, una pipa in legno pregiato; conchiglie, bottiglie di vetro e pure una grossa damigiana.
Una piccola coccinella magnetica stava accanto alla I di Italia attaccata sul cruscotto, sopra, una lunga piuma bianca e qualche amo e galleggiante fluorescente che si intravedevano da una scatola di plastica trasparente.
Un cappello di lana scozzese occupava il sedile posteriore, mentre dal finestrino di destra c’era appesa una quasi intera collezione di Arbre Magique di tutti i gusti, vicino a dei cornetti rossi anti jella.
Una allegra tovaglia floreale di plastica copriva metà dello schienale del conducente e chissà sotto quei sedili quanto altro si sarebbe trovato.
Non so come fece a star seduto tra tutta quella roba.
Era il terzo giorno di pioggia consecutivo.
Erano tutti a casa, qualcuno dice di averlo visto, dalla finestra, di sera tardi vicino all’auto, credeva fosse sceso a controllare il suo gioiello.
Invece alle prime ore del mattino, si pensa, quando ancora faceva buio, lui, il suo bastone ed il suo impermiabile giallo scostarono il bidone della spazzatura dalla A112, e tutti a bordo, Luigi, il bastone e l’impermiabile, tolsero il freno a mano.
L’auto in discesa, con la pioggia, le raffiche di vento e le strade allagate, non mise molto a scendere per la via fino al torrente in piena, sull’argine principale della città.
Questo si dice, questo si sa.
L’auto non fu mai ritrovata. E Luigi non fu più visto camminare a zig zag per le strade della città.
Qualcuno lo crede morto, qualcuno spera sia stato trovato senza documenti e portato in qualche ricovero per anziani.
“A Lui’ che fai lì fermo sul ponte?”
“Sogno l’Oceano” mi rispondeva.
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Novembre 30, 2008 di elucy
E’ facile andare d’accordo con me, non solo perchè sono bello, simpatico ed affettuoso. Sono soprattutto prevedibile.
Moltissime persone, in particolare single o coppie anziane, dicono di non aver mai ricevuto soddisfazioni così grandi quanto quelle regalate da un cane. Beh, io ed altri miei amici pelosi, non tutti in effetti, siamo sicuramente meno noiosi ed infedeli di un partner, e non cresciamo ed entriamo in conflitto con i genitori come un figlio. Noi cani non giudichiamo mai. Un rapporto, il nostro, fatto di pochi rischi e tanto amore perchè le relazioni che instauriamo con tutti sono molto semplici, prevedibili appunto.
Spesso però noi cani veniamo snaturalizzati, umanizzati, ricoperti di eccessive dimostrazioni d’affetto che non rispettano e comprendono la nostra vera natura e modo di comunicare. Non è cattiveria, ma spesso gli umani, anche tra di loro lo fanno, pensano che quello che fa felici loro può far felici noi. A volte deve.
Abbiamo scelto noi in passato di avvicinarci all’uomo; ci siamo occupati delle attività più faticose e pericolose in cambio di un pezzo di carne, di un fuoco ed anche di un po’ di compagnia. Con il consumismo, però, ci siamo fatti carico anche del vuoto affettivo e comunicazionale degli umani.
Ma per fortuna è arrivato qualcuno a sollevarci da questo peso: Facebook.
Con questa community di Internet puoi adottare un cane virtuale, e magari mentre il tuo sanguigno cane sta chiuso solo ed al freddo in un recinto, tu guadagni un osso virtuale perchè hai cliccato e dato la pappa al tuo cane di Facebook. Un click, una carezza pulita.
E così poi, mentre non chiacchieri con il tuo vicino in ascensore, ti accorgi che lui legge le tue confidenze da un amico dell’amico su Facebook.
In questo modo c’è già un po’ di gente che mettendo la sua fotina su Facebook ha perso la faccia in paese.
E così poi, mentre continui a non invitare a casa tua quella tipa che ti era antipatica, la vai a cliccare e chiedere se vuole diventare la tua nuova amica su Facebook, ed il tuo contatore di amici sale a 365 facce.
Perchè tu non sei solo, hai ben 365 amici su Facebook, peccato che poi non hai trovato nessuno che ti accompagnasse a vedere quello spettacolo che ti piaceva molto, che la sera la tua bocca non muova un muscolo per parlare, e che se rimani con l’auto in panne non trovi qualcuno che si fermi ad aiutarti. Ma magari quello del carroattrezzi lo hai già visto, era su Facebook, e paghi i trecento euro ma gli chiedi se lo puoi aggiungere tra gli amici.
E così poi, il giorno del tuo compleanno avrai la bacheca piena di auguri mentre ti mangerai da solo la tua torta, osservato dalle 365 faccine statiche con le quali è difficile litigare e non dovrai neppure fare un regalo a Natale o rinunciare, per neanche una di quelle, al tuo spazio in casa per fargli mettere le sue cose.
E così poi, ritrovi il tuo vecchio compagno delle elementari e gli perdoni che quella volta ti aveva strappato il quaderno, ora lui è separato, ha due figli e lavora in proprio ma se biascica mentre beve il brodo non lo sai. Ma lui è lì, visibile e controllabile, come un cane al guinzaglio.
In ogni momento, passato, presente e futuro sono disponibili e collegati da tanti bei sorridenti accattivanti visi inodori, che per dirti che sono contenti ti mandano due punti ed una parentesi.
Io, che sono un essere inferiore a voi umani e si vede dal fatto che mi reggo ancora su quattro zampe storte, per dirvi che sono felice agito la coda; se vedo un cane grosso che si avvicina arruffo il pelo spaventato.
E soprattutto, se mi chiedo se quella cagnetta può essere mia amica, mi avvicino e l’annuso, lì proprio lì, ma poi non la pubblico su web, mi basta saperlo io.
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Novembre 22, 2008 di elucy
I tuoi dubbi erano le mie spiegazioni così come il tuo problema era la mia speranza e mentre quello che non mi hai detto io lo sentivo a quello che non ti ho chiesto tu rispondevi ed è per questo che oggi nel portariviste ci sono i sacchetti di plastica e la specchiera è un poster e nel mobiletto ci sono le scarpe ma non trovo il pezzo di vetro che faceva da tavolo del quale sono rimasti soltanto i piedi così come rimane una fotografia senza data che comunica a metà per questo mi dici delle cose solo come punto di incontro ed io domando cose per le quali le risposte le abbiamo già quindi con i piedi del tavolo rimasto senza il vetro posso solo camminare sperando di fermarmi a gustare il pranzo un’altra volta.
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Novembre 9, 2008 di elucy
La fortuna del melograno costa milioni di semini, la dolce polpa del fico fa fatica a staccarsi dalla buccia più spessa, il caco si apre subito, innonda di colore e poi lega la bocca.
Il tempo del raccolto è finito: Anna corre, Paola inciampa, Fabio gira, Valentino si nasconde, Mario sale e scende le scale. Francesca zappa. E’ l’unica che zappa.
Laura sta seduta e beve tè. Non le era mai piaciuto il tè. Questo è color pesca, dolce e concentrato, caldo senza essere bollente. Poco ma un buon tè. Un buonissimo tè.
La tazza si intiepidisce, sono le 17.05. Il tè è finito. Era poco.
Laura riabbassa la tazza sul tavolo. E se ne va da sola. Il buio cala.
Anna dorme. Mario scende le scale. Paola sta ferma. Francesca zappa ancora.
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