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Santissime

- Ha già deciso come chiamarlo? – chiese l’ostetrica

- Sì Alberto – rispose prontamente la gestante

- Alberto, festeggia l’onomastico il 15 novembre. Sa io li so tutti gli onomastici, chieda, chieda pure. Vuole sapere san Paolo, è il 29 giugno, San Diego è il 13 novembre, San Matteo è il 21 settembre, San Tommaso è il 28 gennaio… sono tutti stati miei fidanzati – disse la simpatica ostetrica ridacchiando

- Io ho scelto Alberto perchè è l’unico santo a non essere stato un mio ex! -

Tutto dipende

Ne ho avuti periodi di cacca, ma mai nessuno bello quanto questo.

Disteso sul lettino osservo “il controller qualità” che gira per il villaggio turistico EdenBAUviaggi verificando che ci sia sempre una ciotola d’acqua a disposizione, una cuccia morbida e fresca in stanza, la doccia in spiaggia per togliere il salino dal pelo, crocchette a volontà nel buffet e pure il servizio toilettatura per quando ci si vuole rilassare. La vacanza è una cosa seria, per voi…il rumore assordate dei motori mi sveglia. Sono sull’autostrada da ore, legato ad un palo sotto il sole cocente, non mi reggono più le zampe e il respiro è sempre più affannato. Mi sento stanco e smarrito, crollo. Per noi la vacanza è una cosa triste, molto triste.

Per voi la vacanza è una cosa seria? Siate seri pure voi, portate i vostri amici quattrozampe con voi. Consultate www.turistia4zampe.it oppure www.vacanzebestiali.org o www.vacanzeanimali.it o cercate su Internet le strutture turistiche che accettano i vostri animali domestici e le pensioni per loro dove lasciarli in vostra assenza.

Pausa

Due ricci parlano tra loro:

- Com’è andata poi a finire la storia con la tua tipa?

- Lascia stare, una questione spinosa…

————————————————-

Due amici al bar:

- Ti piace questa nuova birra?

- Mah, ha un gusto un po’ troppo pungente

- E ci credo, è alla spina!

Agatha aveva appena finito di ragionare sul mistero che si celava tra i Simpson e gli Addams. Avete mai notato? Homer e Gomez…due nomi simili per i due papà, Marge Simpson ha lunghi capelli all’insù e l’affascinante moglie della famiglia Addams ha lunghi capelli all’ingiù!

Ed ora Agatha era inquietata da un’altra profonda e serissima riflessione: Babbo Natale. Come si faceva a negare la somiglianza con il nonno di Heidi! E se dietro alla renna con il naso rosso si nascondesse il famoso pagliaccio Grock? E che dire della slitta che si alza in cielo? Non vi ricorda qualcosa? Certo! Il tappeto volante di Aladino.

Ecco Agatha era proprio assorta da questi pensieri quando sentì un rumore. Corse in salotto e vide tutte le palle dell’albero di Natale muoversi insistentemente lasciando nell’aria un campanellio sospetto. Piuttosto spaventata ma sempre controllata, Agatha si guardò intorno. Ma eccolo! Era Birba il suo gatto nero che uscì velocemente dalla sala. Sì deve essere stato lui a muovere l’albero. Che stupida, lasciarsi influenzare da tutta quell’atmosfera natalizia.Come se esistesse Babbo Natale, o gli angeli o gli gnomi. Allora se il suo gatto si chiamava Birba lei chi era Gargamella? Ah, Ah ridicolo, sì sì ridacchiava Agatha e i puffi allora dove sono? Che ridere. Si preparò quindi ad andare a letto, per lei quel 24 dicembre in fondo era una sera come tante e l’unico suo rammarico era quell’inspiegabile albero di Natale che faceva ogni anno, così solo per una vecchia abitudine, ma che a pensarci bene era solo una stupida perdita di tempo. Sdraiata nel suo letto, però, ora non riusciva più a prendere sonno e le sembrava di continuare a sentire quei campanellini. Si rigirò più volte nel letto fino a quando si decise a prendere il cellulare.

- Pronto, Piero senti, tu che sei il migliore della scienza, rideresti al pensiero che possa esistere davvero Babbo Natale, no? Sì ridicolo, anzi mi rispieghi per favore anche quella bella teoria sulle molecole? Sì lo so scusa, tardi e tu hai appena finito di registrare la tua trasmissione ma mi piace quella storia, poi ricordarmela un attimo. Grazie e buonanotte, sì tutto bene. Grazie.

Agatha spense quindi la luce e si rigirò nel buio per cercare una comoda posizione per addormentarsi. Nulla. Non c’era verso di prendere sonno.  Di nuovo degli strani rumori, poi degli strani suoni dietro la porta. Ecco i ladri finalmente avevano osato provocare la sua bontà. Perchè lei non aveva paura, anzi capire finalmente cos’era tutta quella sensazione di quella sera la tranquillizzò. Ecco sono i ladri. Indossò subito la vestaglia e si diresse alla porta.

- Vi conviene scappare, sono armata.

Ma da dientro alla porta si senti una grossa risata, – Non fare la sciocca e apri Agatha.

Agatha rimase di stucco, dallo spioncino vide un’imponente sagoma rossa. Aprì la porta, lasciando intravedere dall’esterno tutti quei libri dalla copertina gialla che ornavano l’ingresso dell’appartamento.

- Sono passati 78 anni da quando ho spiegato ai miei genitori che non esiste Babbo Natale e che è tutta una montatura commerciale. Ora quindi togliti barba e cappello e dimmi chi sei e cosa vuoi.

- Ah Agatha non sei affatto cambiata in tutti questi anni. Smettila di cercare di risolvere misteri. Ma non ho tempo per chiacchiere inutili. Ho lavorato tutta la notte e sono stanco e affamato. Che c’è da mangiare?

- Ma se io ti ho lasciato per tre anni di fila un bicchiere di latte e i biscotti e tu non li hai mai presi. Anche stasera, nessun bambino te li ha lasciati eh, vecchio impostore, dimmi chi sei? Anche Piero non ti crede.

- Latte e biscotti? Che stupidaggine, ma chi è che ha messo in giro ‘sta voce?! Non ne posso più, io odio il latte. Eppoi Piero, devi sapere, che mi lascia da anni la sua calza da riempire, ma come fa a dirlo, non vuole mica rischiare di essere espulso dal festival di sanremo, o dalla cucina di Antonella e nemmeno rifugiarsi in Svizzera a cantare. Ma comunque tornando a noi, non hai delle lasagne?

- Ho il frizeer pieno, sono il mio piatto preferito

- Allora baby accendi il micronde che si mangia!

 

…Buon Natale a tutti!

Lei dice che devo tutto a Toby, nonno Toby.

Capirei di più mi dicesse che devo tutto a Lei. Ma Lei non mi ha detto mai che sono stato fortunato, che è grazie a lei che sono uscito da quel canile. Anzi, quando è in buona, mi riempie di grattini e mi dice “Quanto sono stata fortunata quel giorno”. Quando la faccio arrabbiare (ma non le viene in realtà la rabbia, forse anche Lei ha fatto il vaccino), mi dice “Maledetto il giorno in cui ti ho incontrato”, ma la vedo che sorride e lo dice solo perchè le piace Verdone.

Quindi non capisco perchè ogni tanto mi guarda e mi dice “Se non ci fosse stato un Toby probabilmente tu ora non saresti qui con me”, eppoi aggiunge “Non te la prendere è per tutti così, se non ci fosse stata una July non avrei avuto un Toby”. Ma poi chi è Toby, non l’ho mica capito? Mio nonno? Allora, iniziamo con ordine, che mi si sta annodando il pelo dalla confusione, chi sono Costoro?

Scavando nel passato (scordammoci u’ passato qui non vale) della mia coinquilina sono venuto a conoscenza che la sua casa da piccola era proprio una gabbia di matti. Pare fosse sempre piena di giocattoli, bambini, feste, pop corn, nutella, coriandoli e animali: gattini salvati dalla strada, uccelli caduti dai nidi, criceti, pesci, cani, quaglie, tartarughe e pure lumache (ora solo cani e gatti, Lei dice che gli altri animali è meglio stiano nel loro Habitat).

Un giorno entrando in quella casa, si stupì perfino un veterinario di quella zoofamiglia. Purtroppo quel giorno il citato veterinario si portò via, senza vita, July, l’anziana zitella Shitzu della tribù. La mia coinquilina pianse tre giorni di fila e anche dopo non si poteva citare il nome July ma neppure le parole cane, morte, guinzaglio, pappa e, non so perchè, perfino caffelatte, se non si riaprivano le sue fontane oculari.

Sapete, July con un lungo pedigree inglese fece ingresso in quella casa quando la mia coinquilina era ancora nella pancia di sua madre. Pare che la Signora al settimo mese di gravidanza andò a prendere la cucciolina viaggiando in treno con la prima figlia di nove anni fino a Torino e vendendo una delle proprie sterline. Come spesso accade, la bambina destinataria del regalo peloso si stufò presto della novità e così July divenne la fedele compagna della mia coinquilina. Ci sono foto a testimonianza del fatto (cose da far intervenire le assistenti sociali): neonata di poche settimane e cagnolina di pochi mesi nella culla insieme, nel fasciatoio insieme, nel passeggino insieme (qui intanto erano passati i mesi), sul divano e sul letto insieme (qui gli anni), nel cortile e in spiaggia (cagnolina nascosta in una grossa borsa di paglia all’ombra).

July le mangiò parecchi giocattoli, la signorina non aveva proprio un bon ton inglese in cambio aveva un caratterino da zitella. Riuscì a far scappare un’ospite dopo averle mangiucchiato i sandali-gioiello nuovi e costrinse la nonna della mia coinquilina a cercare per tre giorni nella popò le perle della collana divorata.

Quando dopo tredici anni di vita insieme July morì, la mia coinquilina non voleva più saperne di cani. Passarono invece solo alcuni mesi quando la mia coinquilina butto lì “Perchè non ci prendiamo un cane al canile?”, fino a che la frase divenne più ripetitiva.

Arrivò così Toby, un problematico e tozzo cane biondo di circa un anno, con un passato ingombrante e una forte personalità, che portò non poco caos nella famiglia. Vocione e abbaio insistente, Toby non amava le scale, gli accendini, i motorini, le auto scure, gli altri cani maschi, i gesti bruschi ed improvvisi. La mia coinquilina, tornando da scuola, andava a casa a prenderlo per recarsi insieme a pranzo dalla nonna che lo chiamava il duce per come stava affacciato alla finestra, ma che poi gli dava gli avanzi del piatto di nascosto.

Insomma, Toby fece di quella famiglia il suo harem per diciasette anni, ammorbidendosi ogni giorno di più, grazie soprattutto alla sorella di mezzo della mia coinquilina che se ne prese molta cura quando la mia coinquilina cresciuta cambiò città e casa.

Quest’ultima cosa penso la scombussola ancora un po’ dentro, penso sia per questo che quando fu il momento di portare nonno Toby in fin di vita dal veterinario, la mia coinquilina insistette per andarci lei e accarezzarlo accompagnandolo nei suoi ultimi respiri.

Questa volta però la mia coinquilina non disse niente, già sapeva, e dopo qualche mese, in quel agosto 2005, arrivò da me e mi portò a casa nostra.

Dice che sono il più bello, buono e intelligente. Ma che la personalità di Toby  è ineguagliabile e che l’immagine di July e lei bambina è indelebile.

Ora ho capito, alla fine è Lei che deve qualcosa a noi, anzi a me. E direi di iniziare da subito, ad esempio aprendo intanto quella scatola di biscotti speciali che ho addocchiato sul frigo e muoviamoci, per favore, che il bello, buono e intelligente cane non ha tempo da perdere!

Non Dimenticarlo 2010

VOLTAFACCIA

 

Dal codice penale – titolo IX Bis – Delitti contro il sentimento per gli animali.

Art. 727. – (Abbandono di animali). – Chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività è punito con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro.
Alla stessa pena soggiace chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze.

La pasta di Sara

Me ne sto seduta sulla tavoletta del cesso a pensare.

Mi sto immaginando ridacchiando il vero purgatorio fatto di persone che arrotolano, srotolano, cambiano e ricambiano rotoli di carta igienica dal portarotoli.

Ma che cazzo vi costa mettere la carta nel portarotoli anziché appoggiarla di qua e di là e creare tutto sto schifo di carta merdosa, bagnata e puzzolente su tutto il pavimento del cesso?

Ubriachi, porci e scrofe pure le fighette di legno, anche loro belle stronze sfaticate.

Alla fine New York come la piccola provincia, come quel buco di merda dal quale vengo. Stesse ragazze capricciose e superficiali, stessi ragazzi viziati e arroganti.

Quanto vi ho preso per il culo a tutti voi, ridendo dentro di me tre volte di più di quanto lo facevate voi alle mie spalle. Idioti.

Tutti al bancone a ruttare teorie del cazzo sulla mia vita, ma che ne capiscono delle teste di minchia della vita, che non sanno neppure loro di che farsene della loro, e si agitano tanto per trovare un senso alla mia, piccoli borghesi nauseanti.

Quando per sbaglio sentivo le vostre teorie condite da quegli sguardi da cazzo moscio che si sente uno stallone mi facevate sbellicare dalle risate, quando non mi incazzavo, che stavo di buon umore.

Che ne sapevate voi signorine di buona famiglia, dove la merda più puzzolente viene spruzzata di profumo alla lavanda, e voi ci cascavate, oche. Che ne sapevate voi che si può essere stanche dell’amore già a quindici anni, che l’amore mi aveva già deluso a cinque, che ero logorata nel cuore da quell’uomo che per istinto, legge o convenzione dovrebbe amarti e proteggerti. Ma che cazzo ne sapevate voi che se il fidanzatino non vi portava i fiori per il primo mese di uscita insieme piangevate tre giorni sulla spalla della mammina cornuta. E vi chiedevate perchè io me ne stavo da sola? Perchè mentre voi vi facevate consolare dalle amichette io tornavo dal riprendere mio padre dalla strada, ubriaco perso che piangeva e diceva “cambierò, ti giuro che cambierò”, tirandomi il braccio tanto da farmi venire i lividi.Che poi a sta cosa non ci ho mica mai creduto, ma chi cazzo ci può credere, avevo cinque anni quando l’ho sentito dire sta cazzo di frase. E per anni l’ho solo visto sparire e riapparire a convenienza dalla mia vita, fottendomela, quasi ci stava riuscendo lurido verme bastardo.

Ho visto il mio futuro senza quelle merde di palle magiche che sfregano le zingare. L’ho visto negli occhi spenti e rassegnati di mia madre, nelle sue spalle curve, nelle sue mani ruvide di lavoro nei campi, in quelle calze rattoppate che trascinava. Che schifo mi faceva quella donna che se solo incrociava il mio sguardo le venivano gli occhi lucidi e abbassava la testa mesta.

Fu uno dei tanti giorni passati in terza elementare a aprirmi una nuova strada.

Come al solito me ne stavo presente assente, immobile davanti ad un piatto di pasta fredda a fissare il vuoto contornato da oche ridacchianti, quando passò una maestra, una specie di supplente che veniva solo ogni tanto ad aiutare in mensa. Con quello che riconobbi, non so da cosa, come uno sguardo amorevole e paziente mi disse “Mangia che cresci”, strizzandomi l’occhio.

Non aggiunse altro, ma visto che la logica non mi mancava e che in matematica ero brava, fu immediata la formula nella mia testa: mangia che cresci, diventi grande e indipendente, e poi fai quello che vuoi della tua vita.

Diventai agli occhi del paese una bambina educata e timida. Brava a scuola, brava a casa, che camminava a passo silenzioso rasente ai muri. Mi trasformai in un’adolescente solitaria e taciturna, sempre di corsa tra un otto in matematica, le faccende di casa e il lavoro nei bar la sera. E la notte andavo a recuperare velocemente a testa bassa mio padre, quando mi accorgevo da dietro al bancone che quell’ubriaco sul retro con il cappotto marrone era lo stesso uomo sparito da casa di mia madre qualche giorno prima. Che pensate un po’ cosa aveva da dire? “Perdonami, perdonami, giuro che è l’ultima volta, lo giuro su tua madre.” Bel modo di ammazzare una misera donna, dopo i calci in culo che si già presa da te, porco bastardo. Ma stavo zitta, lo appaggiavo al letto, e anche quando mi strattonava furioso o tirava uno schiaffo con “perchè non mi credi?”, stavo zitta. Prendevo i miei libri e andavo a studiare fuori casa, sotto al lampione ronzante di fottuti insetti.

Terminai il liceo con il massimo dei voti, nonostante i raccomandati di merda che occupavano quei banchi, e per l’occasione mia madre, ovviamente singhiozzando, mi chiuse in mano un centone, dicendo che era per me.

Bella roba, e che cazzo ci facevo con un centone. Per fortuna non sviai di un solo giorno il mio programma deciso anni prima.

Accennai un sorriso e ringraziai educatamente la mamma.

Mi recai quindi nel box puzzolente dove l’ubriaco passava svaccato le sue giornate dopo aver bevuto a scrocco, leccando i culi dei borghesi, tutta la notte.

Avevo diciotto anni e avevo mangiato ogni giorno per anni tutto il mio piatto di pasta.

“Dai svegliati” dissi scrollando insistentemente quel corpo lurido e puzzolente.

Durante il tragitto avevo pensato di vomitargli addosso tutta la mia infanzia negata, ma vedendo quella faccia impallata lasciai perdere ste cose da film e andai dritta al punto.

“Coglione, lo so che hai rubato tu i soldi della cassa dell’alimentari, che pensi non abbia notato tutti i tuoi movimenti del cazzo lì intorno. Avevo capito tutto, ma sai che ti dico, non aspettavo altro che facessi l’ennesima cazzata. So anche dove li tieni. No, non inizare a piangere, non ti denuncio. Dammene la metà. Dico sul serio, che hai da guardare, hai visto che brava figlia che hai, bestia schifosa che non sei altro.”

Fu così che misi l’accento al mio nome, Sarà, e mi pagai il biglietto aereo per un nuovo futuro.

Per il resto avevo messo negli anni abbastanza soldi da parte per arrangiarmi per qualche tempo a New York, e poi avevo trovato questo merdoso lavoro al pub.

Mentre butto fuori il fumo della mia Malboro Light dalle grate dell’oblò del cesso, respiro libertà, sto ripensando al messaggio di questa mattina.

Giovanni mi ha raccontato il suo sogno via sms.

Ha finalmente picchiato tutti, tirato oggetti, sbattuto porte. Mi ha scritto che si è svegliato con una sensazione nuova, una strana leggerezza. E quasi ridendo: lui lento e grassottello che picchiava!

Sono felice anch’io stamattina.

Ora so che presto mi raggiungerà a New York, è pronto per volare da me.

Intanto io devo solo tenere duro in sto cazzo di pub ancora qualche mese, e che cazzo vuoi che siano alcuni mesi, dopo vent’anni.

Devo raggruppare giusto un altro po’ di soldi. Ne ho già messi da parte più del previsto.

Mangio al pub tre volte al giorno rubacchiando roba dal magazzino e mentre preparo i panini, qualche sera sul tardi riesco pure a ripulire i piatti di avanzi e portarmeli a casa. Anche le siga le trovo “dimenticate” sui tavolini delle fighette americane, un giro veloce di mano ed ecco un pacchetto, ma ste zoccole fumano solo Malboro Light, ah chi l’avrebbe mai detto, io senza le Diana.

Accetto qualsiasi cambio di turno delle altre ragazze per fare più mance, e ovviamente la pulizia cessi è diventata mia esclusiva. Stronze.

Ho letto centinaia di libri, studiato il francese con impegno, spulciato cartine geografiche, telefonato a consolati e ambasciate, ho camminato tutti questi anni a testa china ripassando il mio programma ogni giorno.

Ora è fatta. E Giò mi raggiungerà presto.

E allora Sarà. Di nuovo. Ci apriremo la nostra nuova strada, insieme.

Andremo sulla nostra isola e apriremo il chiosco sognato “ Da Sara e Giò”.

Specialità della casa: pasta asciutta.

Fatti più in là

Quando per educazione ti ho salutato
a provarci con me non ti ho autorizzato

Fatti più in là

Se per gentilezza ho anche sorriso
tutta la sera davanti non volevo il tuo viso

Fatti più in là

Mentre mi parlavi da tutt’altra parte volgevo il mio sguardo
se non te ne sei accorto è proprio vero che sei tanardo

Fatti più in là

Quando ti ho risposto “sì sì che ridere, che buffo”
avrei voluto dirti “togliti tu e il tuo assurdo ciuffo”

Fatti più in là

Mi farei mettere perfino in quarantena
pur di non vedere più la tua camicia oscena

Fatti più in là

Quando mi hai sussurato nell’orecchio dolci parole
non ho certo pensato ad una nostra futura prole

Fatti più in là

Appena mi hai sfiorato con la mano il ginocchio
ho pregato Dio “toglimi sto ranocchio”

Fatti più in là

Il tuo numero di cellulare mi hai dettato
ma non hai visto che sul telefono non l’ho digitato?

Fatti più in là

Verso fine serata il passaggio in auto ho rifiutato
non ti è venuto in mente che mi hai nauseato?

Fatti più in là

Adesso che si sta avvicinando il mio ragazzo
sarebbe più saggio toglierti … ….. !

Giù dalla poltrona

Appena arrivata, la sentii dire “scendi”, “forza, giù subito”.
Bè non sembrava tanto convinta di potermi urlare così, infatti aggiunse subito “ho appena cambiato il telo della poltrona”, come per giustificarsi.
Eh sì, perchè è difficile mandare via dal proprio posto. Politici, imprenditori, grandi o piccoli, e capofamiglia in generale, se ne stanno da quarant’anni incollati alle loro poltrone, stringono forte i braccioli, e lei viene a fare la morale a me? Dolce cagnolino di neanche cinque anni?
Ogni tanto, mentre trotterello per la città, osservo gli uomini.
Sapete io vado ovunque:passeggiate, negozi e locali notturni.
Sono stato nella Milano da bere, in Francia, in Spagna ho toccato le acque gelide dell’oceano; sono salito sulle scale mobili e in funivia, ho visitato le oasi di Ferrara e ho corso nella neve della Valle d’Aosta; sono stato alle sagre, ad un concerto jazz, ai raduni di artisti in strada e nei ristoranti più trendy.
Insomma io gli uomini li conosco bene.
Intorno a me, in ogni luogo zampettato, vedo tanti signori avanti con l’età ma con l’occhietto sveglio e il passo bello svelto, che vogliono attirare sguardi e far parlare ancora di sè, che tengono verità e vanità in mano.
Potrebbe non essere una cosa brutta se non fosse che, abbagliati da così tanta luce, ci fossero uomini quarantenni spenti, insicuri e tremolanti.
Una specie da proteggere, ma non in via di estinzione.
Non abituati a compiere scelte, assumersi responsabilità, in cerca ancora dell’approvazione paterna negata. Obbligati a cercarsi uno spazio lontano o a vivere di notte, a perdersi nei vizi della rinuncia.
Mentre comodi in poltrona, non scendono i loro vecchi amati padri che tengono strette ancora le chiavi di casa.
Mi domando cosa sarebbe successo se ogni tanto quei tanto compiaciuti, ed apparentemente sicuri, signori fossero scesi dalle loro poltrone per sedersi sul divano insieme a loro figli bambini, non per elargire ordini o critiche ma per insegnare la passione per le cose e consolare dei primi inevitabili errori.
Ormai tutti conoscono la mia storia. Sono nato senza conoscere mio padre e sono stato violentemente separato da mia madre per essere abbandonato nel primo bidone della spazzatura. Quando ho conosciuto la mia coinquilina, ero piccolo e spaventato, ma già piuttosto autonomo e risoluto, almeno questo racconta lei.
Non voglio dire nè credere che bisogna per forza attraversare esperienze dolorose e drammatiche per crescere meglio. Basterebbe forse osservare più in basso di se stessi, là tra il mio mondo animale.
Ogni tanto vedo volare velocemente diverse specie di uccelli che con il becco pieno portano cibo ai lori piccoli ben difesi nei nidi, ma appena le ali della nidiata sono ben sviluppate, eccoli spinti fuori a fare i loro primi voli.
La mattina poi mi soffermo ad osservare le buffe anatre che si spostano da una sponda all’altra del torrente. In perfetta fila indiana con l’anatra grande davanti ed i piccoli dietro sorvegliati con la coda dell’occhio da debita distanza.
L’altra sera invece ho visto una scena orribile alla TV. Alcuni piccoli di una specie di pinguino, che compivano i lori primi giri da soli, sono stati catturati ed uccisi da grossi uccelli predatori davanti ai loro genitori. Pensate non sia stato uno strazio per loro assistere impotenti a quella scena?
I tigrotti vengono scossi velocemente dalla collottola per insegnargli quando sbagliano, poi leccati affettuosamente sul muso per ridargli fiducia e quindi spinti sul sedere affinchè vadano a misurarsi con la savana, pur sapendo che, sebbene tanti, gli insegnamenti dati ai piccoli non sono sufficienti a garantire loro sicurezza e felicità.
Non si tratta di istinto animale, di minore capacità di amare, di mancanza di legami indissolubili. Noi animali abbiamo è vero molte qualità e sentimenti in meno di voi umani, comprese tre cose che forse ci rendono più facile il corso naturale della vita: vanità, arroganza e mania di possesso.
Ora scendo dalla poltrona e vado a farmi una bella passeggiata tra le oche.

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