Luigi camminò anni avanti e indietro per le strade della sua città, appoggiato ad un ombrello, a un bastone o a una sottile asta con in cima una piccola bandiera verde che usava sventolare per accompagnare un saluto.
Quel dolce viso incorniciato da una candida barba ed illuminato da azzurri occhi sorridenti era conosciuto da tutti. Qualcuno cercava di chiamarlo Gigi ma lui si ribellava.
“Mi chiamo Luigi!”
Da chi gli stava particolarmente simpatico, però, si faceva chiamare ” A Lui’ “, mentre schizzava ondeggiando da un marciapiede all’altro della città.
Era quasi sempre a piedi, solo rarissime sere d’estate si poteva vederlo pedalare su una vecchia graziella rossa con un cestino di vimini legato dietro, dove metteva un po’ di spesa e qualche giornale.
In realtà aveva un’automobile, una vecchia Fiat A112 con il tettuccio decappottabile ed alcuni pezzi d’epoca.
Proprio come un delicato pezzo d’antiquariato la teneva ferma sulla salita vicino casa, coprendola nei giorni di pioggia.
Quell’auto era la sua cantina di lamiera, un museo su ruote di oggetti che avevano segnato la sua vita e la storia di mezza Italia.
I piccoli adesivi ACI di tutti i colori, rosso, verde, oro, argento, brillavano ancora sul vetro. Eppoi c’era la madonnina appesa, di quelle che si illuminano da sole di notte, ed anche vecchie copie rosa della gazzetta dello sport, e molti Topolino sparsi sui tappettini ma come nuovi di zecca; ed ancora, poster arrotolati con la reclam della Coca Cola, contenitori per gli alimenti di latta, una pipa in legno pregiato; conchiglie, bottiglie di vetro e pure una grossa damigiana.
Una piccola coccinella magnetica stava accanto alla I di Italia attaccata sul cruscotto, sopra, una lunga piuma bianca e qualche amo e galleggiante fluorescente che si intravedevano da una scatola di plastica trasparente.
Un cappello di lana scozzese occupava il sedile posteriore, mentre dal finestrino di destra c’era appesa una quasi intera collezione di Arbre Magique di tutti i gusti, vicino a dei cornetti rossi anti jella.
Una allegra tovaglia floreale di plastica copriva metà dello schienale del conducente e chissà sotto quei sedili quanto altro si sarebbe trovato.
Non so come fece a star seduto tra tutta quella roba.
Era il terzo giorno di pioggia consecutivo.
Erano tutti a casa, qualcuno dice di averlo visto, dalla finestra, di sera tardi vicino all’auto, credeva fosse sceso a controllare il suo gioiello.
Invece alle prime ore del mattino, si pensa, quando ancora faceva buio, lui, il suo bastone ed il suo impermiabile giallo scostarono il bidone della spazzatura dalla A112, e tutti a bordo, Luigi, il bastone e l’impermiabile, tolsero il freno a mano.
L’auto in discesa, con la pioggia, le raffiche di vento e le strade allagate, non mise molto a scendere per la via fino al torrente in piena, sull’argine principale della città.
Questo si dice, questo si sa.
L’auto non fu mai ritrovata. E Luigi non fu più visto camminare a zig zag per le strade della città.
Qualcuno lo crede morto, qualcuno spera sia stato trovato senza documenti e portato in qualche ricovero per anziani.
“A Lui’ che fai lì fermo sul ponte?”
“Sogno l’Oceano” mi rispondeva.
A Lui’
Dicembre 16, 2008 di elucy