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Archive for marzo 2008

C’era un orso che viveva tranquillo e solitario in una tana. Mangiava, dormiva e, ogni tanto, si fermava a fare due parole con gli altri abitanti del bosco.
Qualche volta si perdeva ad osservare una farfalla colorata che volava sopra gli alberi, tra quelle parti. Non sembrava essere di quell’ambiente, forse era emigrata per sbaglio dai tropici. Era molto diversa dall’orso, ma lui la osservava incuriosito.
La farfalla divertita da quel buffo orso iniziò a volare più basso, vicino a lui, finchè cominciarono a giocare insieme, tra lo stupore, l’allegria e l’approvazione degli altri animali.
Ma la diversità della farfalla e la perplessità dell’orso su quel esserino troppo delicato per il bosco fecero presto scemare i primi entusiasmi, ed appena la novità arrivò in quel verde, l’orso cambiò idea.
Un importante personaggio del circo fissò il suo tendone nel bosco e con due sorrisi e due complimenti convinse l’orso a far parte dello spettacolo.
L’orso iniziò con il cercare meno la farfalla, trascorreva molto tempo nel circo senza raccontarle mai quello che faceva lì dentro. Talvolta, quando era in gruppo con gli altri animali e c’era anche la farfalla, riportava entusiasta di applausi ricevuti, ed invitava la farfalla, la quale si sforzava di farsi vedere contenta per lui anche se non condivideva il suo nuovo modo di divertirsi, ad entrare a vederlo esibire.
Un giorno la piccola farfalla entrò da un buco nel tendone durante lo spettacolo, per cercare di condividere quelle atmosfere tanto raccontate dall’orso ma, nonostante lo sforzo, si sentiva estranea; al momento degli applausi, poi, tutte quelle mani che battevano forte furono per lei solo fastidio ed anche pericolo di essere colpita ed uccisa.
Volò veloce fuori pensando tristemente che con l’orso non avrebbe più potuto condividere nulla.
Quella stessa notte un violento temporale invase il bosco, la farfalla non trovò riparo in tempo e bagnò le sue colorate ali, finendo a terra.
I tuoni ed i lampi non facevano nel frattempo dormire l’orso nel tendone, ormai passava diverse notti lì dentro. Il pesante orso, innervorsito dall’insonnia, si alzò e seguì una musica proveniente da fuori. Buttò la pesante testa oltre una fessura e riconobbe a terra la piccola amica in difficoltà.
Corse sotto la pioggia, raccolse con tutta la delicatezza possibile la farfalla e se la mise al petto cercando di asciugarle le ali e riparandola dall’acqua.
Al mattino, svegliandosi, l’orso bruno vide la farfalla colorata volteggiare sul suo muso stuzzicandolo ad alzarsi.
Non è neanche da dire che nei giorni seguenti gli animali del bosco videro spesso l’orso passeggiare tra gli alberi con l’allegra farfalla sulla testa.
Chi passava di là cercando il tendone del circo si fermava prima, incantato dalla scena dell’orso e della farfalla che, incuranti degli sguardi, continuarono a divertirsi insieme per molto molto tempo.

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Con la città di nuovo libera da turisti, stamattina ho deciso di farmi un giretto tranquillo, dopo la confusione dei giorni scorsi. Tutta quella gente che correva frenetica a riempire borsoni di spesa per il pranzo di Pasqua, in coda a sbuffare e litigare, in passeggiata a lamentarsi dei pochi soldi pensando già a come far passare il prossimo ponte di aprile.
Per fortuna io me ne stavo a sollazzarmi al sole, un sole tiepido ma piacevole che faceva risplendere ancora di più il mio lucido pelo nero, conquistando le carezze dei passanti, di quei pochi, a dir la verità, che non mi calpestavano presi della loro nevrotica passeggiata, e che, per lo più, non superavano il metro di altezza.
Alle prime ore del mattino ho lasciato passare i musi che si recavano al lavoro contando i soldi spesi nel lungo finesettimana, in giro o tra pranzi e cene, e quindi sono trotterellato fuori a rimarcare il territorio contaminato da piscio straniero.
E’ bello perdersi tra le aiuole del lungomare, quando punto il naso in aria e vedo un nuovo cartellone Media Store. – Oh toh, guarda – ho pensato – hanno aperto un altro negozio di informatica, mmm era meglio un negozio di cibo per animali -.
Ma poi vedo che c’è sempre la piscina. Cosa ci farà mai un’enorme insegna di informatica sopra l’entrata di una piscina?
Sono solo un meticcio di tre anni scarsi, di pochi chili e con le zampe storte; ho conosciuto la paura in un cassonetto della spazzatura, ma ancora non riesco a comprendere queste cose, e mi levo da là sotto scodinzolando verso il molo. Non vorrei rimanere colpito da tanta pubblicità.

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7.30. Suona la sveglia. Mi sento strana stamattina, forse non ho riposato bene.
Sono ancora un po’ addormentata ma ho voglia di alzarmi, sposto il piumone e faccio per appoggiare il piede sul tappeto.
Un rumore. Mi ritrovo sul pavimento smarrita ed incerta a muovere lenti passi trascinandomi sotto una pesante corazza.

“Sta squillando il telefono, rispondi?”
La mia collega sta urlando mentre ancora un po’ incantata alzo la testa dalla mia postazione di lavoro.
Sono le 17.30 di una delle prime giornate di novembre, fa buio presto ora, ed io stanca e pensierosa avevo appoggiato per un attimo la testa sulla scrivania addormentandomi.

“Ho sempre guardato con un misto di perplessità e di invidia la nascita delle tartarughe marine: appena sgusciate si muovono dritte e sicure verso il mare. Forse non sanno neppure chi sono né dove si trovano, ma di sicuro sanno dove vogliono andare.”
Con questa infelice, ma autentica frase si era conclusa una meravigliosa storia d’amore.
Avrei potuto dire: “ Sì, caro, ti seguirò e ti amerò per sempre.” Ma io no, io sincera e diretta, ero stata dapprima in silenzio e poi avevo inviato questo messaggio, pieno di insicurezze, dubbi e fragilità.
Cresciuta in assoluta indipendenza, senza conoscere la storia della famiglia con la quale avevo convissuto per anni, in una città che non mi rappresentava affatto, come facevo ad essere sicura di riuscire a vivere con la stessa persona per sempre.
Conosceva, lui, i miei alti e bassi, i miei inspiegabili silenzi, le mie improvvise euforie?
Avrebbe, lui, accettato e sopportato le mie disordinate cene, le mie dormite domenicali, le mie nottate insonni, la mia pigrizia o i miei frenetici programmi?
Romantica idealista ben nascosta dietro ad una corazza di razionalità, non avrebbe forse lui deluso il sogno di un Amore Eterno?

In quella stanza semibuia, da sola, mi ero accasciata davanti al monitor del computer, stremata da mesi fatti solo di pensieri, di nervosismi e di lacrime. E chiara e luminosa mi era apparsa l’immagine.
Tutte le tartarughe delle mia collezione posizionate ordinatamente sulla mia scrivania si stavano muovendo. Ed io con loro, mi dirigevo goffamente verso il mare, trascinandomi una corazza piena di dubbi, per ultimo “lo amo e voglio vivere con lui?” Barcollando inesperta, mi muovevo sul bagnasciuga cercando di raggiungere le piccole onde della riva che mi avrebbero aiutata a trovare il mare.

Ore 18.00. Esco finalmente dall’ufficio, e mi incammino verso casa, attraversando le strade buie della città come se fossi su un bagnasciuga, e mi domando se c’è ancora un’onda pronta a prendermi e portarmi via con sé.

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Girai tutti i negozi della mia città alla ricerca di un abito bianco senza trovare nulla.
Andai nei negozi delle città vicino ma se ne trovavo uno bianco, e mi potevo accontentare anche di un modello appena appena soddisfacente, di sicuro era troppo grande per me. Della mia taglia, sì che mi stavano pure bene, mi proponevano vestiti blu, rossi, viola. Non bianco.
Ripiegai così alle bancarelle, ai siti di e-commerce e perfino ai mercatini di usato.
Proprio in un negozietto di usato, quando stavo perdendo ogni speranza ed ogni voglia di cercare, fui attratta improvvisamente da un pezzo di stoffa bianca che sbucava da un appendiabiti con le rotelle. Forse un po’ retrò, ma mi colpì decisamente. Pizzo di sangallo, taglio perfetto e, sebbene usato, era stato conservato con cura e sapeva di fresco.
Lo provai: sembrava cucito addosso. Me lo tolsi subito e lo appoggiai un attimo fuori dal camerino per non rovinarlo nel caos di quello stanzino affollato di abiti dismessi, per poi rivestirmi ed avviarmi alla cassa. Quando vidi una ragazza di piacevole presenza, con dolci occhi chiari, avvicinarsi con fare sicuro, e più determinata di quanto fossi stata io, lo tirò a sè.
“Ah che bel vestito bianco. Sono anni che vesto solo di nero e ho una voglia matta di cambiare. Mi riporta all’adolescenza questo abitino, ne avevo uno come questo, sembra proprio lo stesso. Che voglia di romantici ricordi.”
“Ma l’avevo visto io, l’ho già provato, è l’abito per me. Sei sicura che vuoi veramente questo? Tu hai già indossato un abito bianco così, io no. Ora tocca a me.” avrei voluto dirle, urlarle.
Ma le mie paure, o forse il mio orgoglio, non me lo permisero.
Tornai a casa senza l’abito bianco, e, dopo averne portati un paio giallo canarino, decisi che era il caso di rimanere nuda a mettere ordine nel mio guardaroba.
Mi capitava però, ogni tanto, di intravedere la bella ragazza con l’abito bianco. Anche se non sembrava più tanto contenta del suo acquisto, e neanche tanto curante di tutto quel delicato bianco.
Volta dopo volta, vedevo il suo sguardo meno dolce, e l’abito riempirsi di macchie nere.
Forse se ne rese conto anche lei, perchè un giorno corse verso uno scaffale di un bel negozio di moda del centro, prese un elegante tubino nero e lo indossò, lasciando a terra l’abito bianco a macchie nere.
La vidi appoggiarlo lì, vicino a me.
Ma dico io, perchè ora dovrei volere indossare un dalmata?

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Trent’anni e tre cani, ma potrei dire anche trent’anni, tre cani, sei traslochi, un fidanzato, qualche avventura ed un paio di amanti, cinque amiche, tre lavori, un master con uno stage, due automobili,  un motorino sgangherato ed una mountain bike supertecnologica. Quant’altro si potrebbe dire, ebbene molto, perché se nella vita si contano gli anni passati dalla tua nascita, se la tua esistenza sulla Terra viene misurata in anni, quella nella Società, soprattutto nella Società Moderna ed in tutto il suo Sistema Circolare, tipo quello di un cane che si morde la coda, viene calcolata in quante cose hai accumulato, in quante cose hai fatto, in quante righe si riempie il tuo curriculum.

Ed il mio curriculum vitae, sì proprio quello della vita mia era decisamente pieno, e confuso, e contradditorio.

Spesso pensavo di stare in groppa a quel cane che gira nervoso cercando di mordersi la coda. Si lavora per avere i soldi e più si lavora meno tempo si ha per spenderli e meno tempo si ha e più si spende tanto per utilizzare al meglio il poco tempo libero che si ha a disposizione, e più si spende e più si lavora, non sembra anche a voi un cane che si morde la coda?

E pensare che da piccola volevo fare la contadina, avere una casa modesta con del terreno attorno e soprattutto tanti animali. A quindici anni, quando ce l’avevo con il mondo, o meglio con il cane che si morde la coda, decisi che sarei diventata una cinica e spietata manager, di quelle che terrorizzano gli uomini e che nei convegni in cui viene premiata per i profitti aziendali raddoppiati ringrazia con un gelido sorriso. Tranne una parentesi in cui fui “stregata” da un bizzarro professore di geografia ed in cui mi rivedevo in campagna a zappare insieme ad altri in una comunità autosufficiente e quasi anarchica, in quel periodo smisi di portare pure orologi e di uscire il sabato sera per andare in discoteca, be’ tranne in quel breve ma intenso periodo in cui ero convinta di riuscire a cambiare il corso degli eventi, pensavo alla carriera, ai soldi, al successo ed al riconoscimento della Società. Dovevano accorgersi della mia esistenza, per questo mi iscrissi dopo il liceo a dei corsi universitari ad indirizzo economico ed in seguito iniziai un master in management aziendale.

Oggi non solo non penso che la Società si sia accorta della mia esistenza, forse un pochino per il cambio innumerevole delle mie residenze che hanno portato alla mia patente un sacco di tagliandini con la quale essere tappezzata, ma io stessa penso che sono poche le cose che posso dire con sicurezza di conoscere di me.

Mi piacciono le sciarpe lunghe di lana colorata, gli anelli dalle strane forme, adoro affondare il cucchiaio nella nutella, cercare nelle bancarelle libri usati non ancora letti, bere un bicchiere d’acqua prima di andare a dormire e svegliarmi con la caffettiera con il timer programmato che mi serve il primo caffè della giornata, mi illumina la risata di un bambino soprattutto quando sono in aereo e c’è qualche sbalzo dato dal maltempo e mi rasserena lo sguardo del mio cane quando sono seduta sulla poltrona davanti all’ennesimo nuovo reality show.

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Dallo Zingarelli: “Piccolo rettile eurasiatico e africano dei Lacertidi, che ha il corpo coperto di scagliette minutissime, il capo di placche ossee, la coda sottile facilmente rigenerabile e la lingua bifida.”

Io distinguo la lucertola dal geco non solo per la forma più affusolata e minuta, per le zampe meno evidenti e muscolose, ma da come scappa.
Mentre il geco fa alcuni passi piuttosto veloci e calcolati eppoi si ferma mimetizzandosi nell’ambiente ed aspettando la contromossa o il momento migliore per spostarsi più lontano, la lucertola che vive sempre nascosta fugge all’impazzata istintivamente.
Non valuta neppure se quella mano vuole farle una carezza o catturarla, le sa già che da quella mano non bisogna aspettarsi nulla. Lo sa per natura e per esperienza.
E’ sfuggente, e più fugge, lo sa, più attrae coloro che vogliono misurarsi con le proprie capacità. Inizia un gioco, un gioco odioso ma inevitabile. Non sa fermarsi la lucertola.
E così quell’animale istintivo, pauroso, misterioso inizia ad essere lo scopo di un inseguimento.
A volte qualcuno si stanca prima di catturarla, qualcun altro, dopo eccitanti tentativi, la prende tra le sue mani e, a quel punto, sentendo inspiegabilmente calore da quel freddo rettile e trovandosi spiazzato, la butta per terra, non prima di averle tagliato la coda.
La coda ricresce. Il cuore no. La paura è sempre più grande. La fuga sempre più veloce.

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Ed il cane si scrollò.

“Non ho tempo per te” disse alla zecca, la quale cercò di stare ancora un po’ attaccata aggrappandosi con forza al robusto pelo del cagnolone.

Aveva zampette sottili che piano piano scivolavano giù lungo il manto del petto del cane, faceva forza su stessa e con uno sguardo di speranza guardò in su al muso.

Il cane si voltò dall’altra parte. “Ho cose molto importanti ora, non ho più tempo, sono importante ora” borbottò ancora, scrollandosi un po’.

E le zampine cedettero, e forse, più ancora, fu il cuore che subì un piccolo tuffo, e la zecca si ritrovò per terra sul grigio asfalto.

La silenziosa zecca tirò fuori con tutta la forza un urlo che aveva dentro: “Perché? Perché ora ti dico – ti amo – anziché – ti odio – ?”

Il cane ormai lontano si girò un attimo, sembrava volesse dire qualcosa, ma poi riprese la buffa camminata da animale importante.

“Perché ora non mi annoio più” fu la frase che aleggiò nell’aria.

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