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Archive for dicembre 2008

Babbo Natale desiderava come regalo trovare sotto il grosso abete in cortile una slitta nuova.
Quella che aveva stava cadendo a pezzi, quell’anno sarebbe stato l’ultimo che avrebbe potuto usarla. Anche quelli del collaudo gli avevano detto che ormai non potevano proprio più farla passare ai test, avevano chiuso un occhio, anche due, già troppe volte.
Babbo Natale scrisse allora una lettera dei desideri ma se la ritrovò nella sua cassetta della posta.
Era lui Babbo Natale, e non esisteva un Babbo di Babbo Natale.
Pensò “se non esiste un Babbo di Babbo Natale esiste però una befana”. Così cerco il numero di telefono di Befy sulla rubrica e la chiamò.
“Mi spiace, ma io posso portare solo carbone, non sono autorizzata a fare regali, se lo scoprono mi licenziano. Ma, scusa, perchè non ti rivolgi al sindacato? Il nostro quando volevano farci portare anche il carbone dolce ci ha difese.”
“Non ho un sindacato di categoria, di befane ce ne sono tante, di Babbo Natale ce n’è solo uno…”
Babbo Natale aspettò ansiosamente fino all’aprile del nuovo anno, ma quando finì di mangiare tutto il cioccolato dell’uovo di Pasqua dovette rassegnarsi al fatto di non aver trovato una slitta come sorpresa.
E contò centodieci stelle cadenti la notte di San Lorenzo, a tutte chiese la stessa cosa, ma dal cielo non biombò nessuna slitta nuova.
Era già autunno inoltrato e Babbo Natale non aveva ancora risolto il problema slitta. Le renne erano a terra, sul caldo tappeto zebrato in salotto.
Babbo Natale sprofondò sulla poltrona gonfiabile ed accese il maxi schermo LCD su Mediaset.
Gli apparì un simpatico motociclista che stava girando nel circuito di Valencia su una moto sopra un carrello trascinato da tozzi bulldog che indossavano una maglietta con il numero quarantasei. Ogni tanto inquadravano un adesivo sulla moto con la faccia di un cane al quale il pilota dedicava la vittoria.
“Lui mi può aiutare” sobbalzò Babbo Natale.
Le renne lo guardarono un po’ perplesse e spaventate: dei bulldog?
Babbo Natale non si fece fermare da quegli sguardi e chiamò subito Fuori Giri per farsi dare il nome ed il numero di cellulare di quel pilota.
“Ma gli devo parlare in italiano o in inglese?”
“Per carità! In italiano, gli parli in italiano.”
Valentino fu molto stupito e divertito.
“Sì, ma butta giù che ti richiamo io, che ho le chiamate gratis”
Babbo Natale fu colpito da tanta gentilezza, e fece come detto.
Passarono i giorni e le settimane, ma il telefono non squillava.
Babbo Natale, sempre più triste al pensiero dei bambini buoni senza regali, se ne stava alla finestra a vedere i primi fiocchi di neve scendere.
Quando, ad un tratto, vide una moto impennare in cortile.
“Scusa il ritardo Babby ma la Bridgestone faticava a trovarmi le gomme da neve, hanno un gran da fare ora che ci sono solo loro. I cani poi si sono rifiutati categoricamente di venire con me al freddo, sai, loro sono abituati al clima di Valencia, sono del mio amico Dani.”
Babbo Natale commosso ringraziava, guardando le renne corse a vedere quanto stava succedendo lì fuori.
Un po’ schifate si fecero legare alla moto e Babbo Natale salì con tutto il sacco di regali pronti, allacciandosi saldamente al generoso pilota.
“Che bello, con questo motore a valvole abbiamo fatto in un attimo”, le renne alla fine erano soddisfatte di aver faticato meno degli anni passati.
“E ci resta pure il tempo per una birra” aggiunse Babbo Natale
“Sì, ma il prossimo anno ti fai aiutare da Max” disse Vale brindando con Babbo Natale.

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A Lui’

Luigi camminò anni avanti e indietro per le strade della sua città, appoggiato ad un ombrello, a un bastone o a una sottile asta con in cima una piccola bandiera verde che usava sventolare per accompagnare un saluto.
Quel dolce viso incorniciato da una candida barba ed illuminato da azzurri occhi sorridenti era conosciuto da tutti. Qualcuno cercava di chiamarlo Gigi ma lui si ribellava.
“Mi chiamo Luigi!”
Da chi gli stava particolarmente simpatico, però, si faceva chiamare ” A Lui’ “, mentre schizzava ondeggiando da un marciapiede all’altro della città.
Era quasi sempre a piedi, solo rarissime sere d’estate si poteva vederlo pedalare su una vecchia graziella rossa con un cestino di vimini legato dietro, dove metteva un po’ di spesa e qualche giornale.
In realtà aveva un’automobile, una vecchia Fiat A112 con il tettuccio decappottabile ed alcuni pezzi d’epoca.
Proprio come un delicato pezzo d’antiquariato la teneva ferma sulla salita vicino casa, coprendola nei giorni di pioggia.
Quell’auto era la sua cantina di lamiera, un museo su ruote di oggetti che avevano segnato la sua vita e la storia di mezza Italia.
I piccoli adesivi ACI di tutti i colori, rosso, verde, oro, argento, brillavano ancora sul vetro. Eppoi c’era la madonnina appesa, di quelle che si illuminano da sole di notte, ed anche vecchie copie rosa della gazzetta dello sport, e molti Topolino sparsi sui tappettini ma come nuovi di zecca; ed ancora, poster arrotolati con la reclam della Coca Cola, contenitori per gli alimenti di latta, una pipa in legno pregiato; conchiglie, bottiglie di vetro e pure una grossa damigiana.
Una piccola coccinella magnetica stava accanto alla I di Italia attaccata sul cruscotto, sopra, una lunga piuma bianca e qualche amo e galleggiante fluorescente che si intravedevano da una scatola di plastica trasparente.
Un cappello di lana scozzese occupava il sedile posteriore, mentre dal finestrino di destra c’era appesa una quasi intera collezione di Arbre Magique di tutti i gusti, vicino a dei cornetti rossi anti jella.
Una allegra tovaglia floreale di plastica copriva metà dello schienale del conducente e chissà sotto quei sedili quanto altro si sarebbe trovato.
Non so come fece a star seduto tra tutta quella roba.
Era il terzo giorno di pioggia consecutivo.
Erano tutti a casa, qualcuno dice di averlo visto, dalla finestra, di sera tardi vicino all’auto, credeva fosse sceso a controllare il suo gioiello.
Invece alle prime ore del mattino, si pensa, quando ancora faceva buio, lui, il suo bastone ed il suo impermiabile giallo scostarono il bidone della spazzatura dalla A112, e tutti a bordo, Luigi, il bastone e l’impermiabile, tolsero il freno a mano.
L’auto in discesa, con la pioggia, le raffiche di vento e le strade allagate, non mise molto a scendere per la via fino al torrente in piena, sull’argine principale della città.
Questo si dice, questo si sa.
L’auto non fu mai ritrovata. E Luigi non fu più visto camminare a zig zag per le strade della città.
Qualcuno lo crede morto, qualcuno spera sia stato trovato senza documenti e portato in qualche ricovero per anziani.
“A Lui’ che fai lì fermo sul ponte?”
“Sogno l’Oceano” mi rispondeva.

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