Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for maggio 2010

Me ne sto seduta sulla tavoletta del cesso a pensare.

Mi sto immaginando ridacchiando il vero purgatorio fatto di persone che arrotolano, srotolano, cambiano e ricambiano rotoli di carta igienica dal portarotoli.

Ma che cazzo vi costa mettere la carta nel portarotoli anziché appoggiarla di qua e di là e creare tutto sto schifo di carta merdosa, bagnata e puzzolente su tutto il pavimento del cesso?

Ubriachi, porci e scrofe pure le fighette di legno, anche loro belle stronze sfaticate.

Alla fine New York come la piccola provincia, come quel buco di merda dal quale vengo. Stesse ragazze capricciose e superficiali, stessi ragazzi viziati e arroganti.

Quanto vi ho preso per il culo a tutti voi, ridendo dentro di me tre volte di più di quanto lo facevate voi alle mie spalle. Idioti.

Tutti al bancone a ruttare teorie del cazzo sulla mia vita, ma che ne capiscono delle teste di minchia della vita, che non sanno neppure loro di che farsene della loro, e si agitano tanto per trovare un senso alla mia, piccoli borghesi nauseanti.

Quando per sbaglio sentivo le vostre teorie condite da quegli sguardi da cazzo moscio che si sente uno stallone mi facevate sbellicare dalle risate, quando non mi incazzavo, che stavo di buon umore.

Che ne sapevate voi signorine di buona famiglia, dove la merda più puzzolente viene spruzzata di profumo alla lavanda, e voi ci cascavate, oche. Che ne sapevate voi che si può essere stanche dell’amore già a quindici anni, che l’amore mi aveva già deluso a cinque, che ero logorata nel cuore da quell’uomo che per istinto, legge o convenzione dovrebbe amarti e proteggerti. Ma che cazzo ne sapevate voi che se il fidanzatino non vi portava i fiori per il primo mese di uscita insieme piangevate tre giorni sulla spalla della mammina cornuta. E vi chiedevate perchè io me ne stavo da sola? Perchè mentre voi vi facevate consolare dalle amichette io tornavo dal riprendere mio padre dalla strada, ubriaco perso che piangeva e diceva “cambierò, ti giuro che cambierò”, tirandomi il braccio tanto da farmi venire i lividi.Che poi a sta cosa non ci ho mica mai creduto, ma chi cazzo ci può credere, avevo cinque anni quando l’ho sentito dire sta cazzo di frase. E per anni l’ho solo visto sparire e riapparire a convenienza dalla mia vita, fottendomela, quasi ci stava riuscendo lurido verme bastardo.

Ho visto il mio futuro senza quelle merde di palle magiche che sfregano le zingare. L’ho visto negli occhi spenti e rassegnati di mia madre, nelle sue spalle curve, nelle sue mani ruvide di lavoro nei campi, in quelle calze rattoppate che trascinava. Che schifo mi faceva quella donna che se solo incrociava il mio sguardo le venivano gli occhi lucidi e abbassava la testa mesta.

Fu uno dei tanti giorni passati in terza elementare a aprirmi una nuova strada.

Come al solito me ne stavo presente assente, immobile davanti ad un piatto di pasta fredda a fissare il vuoto contornato da oche ridacchianti, quando passò una maestra, una specie di supplente che veniva solo ogni tanto ad aiutare in mensa. Con quello che riconobbi, non so da cosa, come uno sguardo amorevole e paziente mi disse “Mangia che cresci”, strizzandomi l’occhio.

Non aggiunse altro, ma visto che la logica non mi mancava e che in matematica ero brava, fu immediata la formula nella mia testa: mangia che cresci, diventi grande e indipendente, e poi fai quello che vuoi della tua vita.

Diventai agli occhi del paese una bambina educata e timida. Brava a scuola, brava a casa, che camminava a passo silenzioso rasente ai muri. Mi trasformai in un’adolescente solitaria e taciturna, sempre di corsa tra un otto in matematica, le faccende di casa e il lavoro nei bar la sera. E la notte andavo a recuperare velocemente a testa bassa mio padre, quando mi accorgevo da dietro al bancone che quell’ubriaco sul retro con il cappotto marrone era lo stesso uomo sparito da casa di mia madre qualche giorno prima. Che pensate un po’ cosa aveva da dire? “Perdonami, perdonami, giuro che è l’ultima volta, lo giuro su tua madre.” Bel modo di ammazzare una misera donna, dopo i calci in culo che si già presa da te, porco bastardo. Ma stavo zitta, lo appaggiavo al letto, e anche quando mi strattonava furioso o tirava uno schiaffo con “perchè non mi credi?”, stavo zitta. Prendevo i miei libri e andavo a studiare fuori casa, sotto al lampione ronzante di fottuti insetti.

Terminai il liceo con il massimo dei voti, nonostante i raccomandati di merda che occupavano quei banchi, e per l’occasione mia madre, ovviamente singhiozzando, mi chiuse in mano un centone, dicendo che era per me.

Bella roba, e che cazzo ci facevo con un centone. Per fortuna non sviai di un solo giorno il mio programma deciso anni prima.

Accennai un sorriso e ringraziai educatamente la mamma.

Mi recai quindi nel box puzzolente dove l’ubriaco passava svaccato le sue giornate dopo aver bevuto a scrocco, leccando i culi dei borghesi, tutta la notte.

Avevo diciotto anni e avevo mangiato ogni giorno per anni tutto il mio piatto di pasta.

“Dai svegliati” dissi scrollando insistentemente quel corpo lurido e puzzolente.

Durante il tragitto avevo pensato di vomitargli addosso tutta la mia infanzia negata, ma vedendo quella faccia impallata lasciai perdere ste cose da film e andai dritta al punto.

“Coglione, lo so che hai rubato tu i soldi della cassa dell’alimentari, che pensi non abbia notato tutti i tuoi movimenti del cazzo lì intorno. Avevo capito tutto, ma sai che ti dico, non aspettavo altro che facessi l’ennesima cazzata. So anche dove li tieni. No, non inizare a piangere, non ti denuncio. Dammene la metà. Dico sul serio, che hai da guardare, hai visto che brava figlia che hai, bestia schifosa che non sei altro.”

Fu così che misi l’accento al mio nome, Sarà, e mi pagai il biglietto aereo per un nuovo futuro.

Per il resto avevo messo negli anni abbastanza soldi da parte per arrangiarmi per qualche tempo a New York, e poi avevo trovato questo merdoso lavoro al pub.

Mentre butto fuori il fumo della mia Malboro Light dalle grate dell’oblò del cesso, respiro libertà, sto ripensando al messaggio di questa mattina.

Giovanni mi ha raccontato il suo sogno via sms.

Ha finalmente picchiato tutti, tirato oggetti, sbattuto porte. Mi ha scritto che si è svegliato con una sensazione nuova, una strana leggerezza. E quasi ridendo: lui lento e grassottello che picchiava!

Sono felice anch’io stamattina.

Ora so che presto mi raggiungerà a New York, è pronto per volare da me.

Intanto io devo solo tenere duro in sto cazzo di pub ancora qualche mese, e che cazzo vuoi che siano alcuni mesi, dopo vent’anni.

Devo raggruppare giusto un altro po’ di soldi. Ne ho già messi da parte più del previsto.

Mangio al pub tre volte al giorno rubacchiando roba dal magazzino e mentre preparo i panini, qualche sera sul tardi riesco pure a ripulire i piatti di avanzi e portarmeli a casa. Anche le siga le trovo “dimenticate” sui tavolini delle fighette americane, un giro veloce di mano ed ecco un pacchetto, ma ste zoccole fumano solo Malboro Light, ah chi l’avrebbe mai detto, io senza le Diana.

Accetto qualsiasi cambio di turno delle altre ragazze per fare più mance, e ovviamente la pulizia cessi è diventata mia esclusiva. Stronze.

Ho letto centinaia di libri, studiato il francese con impegno, spulciato cartine geografiche, telefonato a consolati e ambasciate, ho camminato tutti questi anni a testa china ripassando il mio programma ogni giorno.

Ora è fatta. E Giò mi raggiungerà presto.

E allora Sarà. Di nuovo. Ci apriremo la nostra nuova strada, insieme.

Andremo sulla nostra isola e apriremo il chiosco sognato “ Da Sara e Giò”.

Specialità della casa: pasta asciutta.

Read Full Post »