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Archive for the ‘Pezzi di domino’ Category

Dopo aver letto il meteo questa mattina mi sono chiusa in casa con il mio cane.

Speravo di riuscire a schiacciare la malvagia strega dell’est.

Niente. E mi dovrò comprare io le scarpe nuove.

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Parole mie, dell’attore, dello scrittore. Musica anni 70, tormentone dell’estate, silenzi. Piena di speranze, di rimorsi, sconfitta dalla stanchezza. Rannicchiata come un gatto sulla poltrona o protetta da un plaid, svestita e sdraiata a cercare ombre, scacciare pensieri, riordinare idee. Accaldata sul pavimento del balcone avvolto di nero, sotto la doccia bollente, dietro ad una finestra a sbirciare tra i palazzi e contare le luci ancora accese. Mi aggiro nel buio, occhi fissi alle stelle. Stiro, spolvero ricordi, svuoto lavastoviglie, pulisco gabbie, apro cassetti, ci penso, ti penso. Liste della spesa, liste dei sogni, parole convulse, lacrime, progetti, vuoti. Viaggi su Internet, album di fotografie, vecchie lettere, nuove mail. Domande e risposte. Illuminata da due lucine dello specchio ad osservare imperfezioni e accarezzare occhiaie, contornata dalla luce del display del pc. Tazza di caffelatte, crampetti di fame, acqua e menta, gorgoglii di stomaco, avanzi di frigo mischiati a video di you tube. Piede sul pedale della vecchia singer, dita che stringono segnalibri. Lavoro, rido, piango, ricordo, rifletto, cancello, ascolto. La notte sono nuda e faccio quel che voglio.

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Dopo lunghe discussioni giornaliere:

“Qualsiasi cosa dica o proponga mi sembra non ti vada bene o non ti piaccia. Non sei d’accordo su niente. Mi sa che sei un po’ bastian contrario. Eh, ti piace solo contraddirmi?”

“No, non è vero.”

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Vorrei essere un’aquila per scrutare da lontano ciò che voglio e sapere afferrarlo al volo

Vorrei essere a volte, ahimè, uno struzzo per poter nascondere la testa ai mille problemi

Vorrei essere ai concerti una giraffa per sbucare tra le teste e ritrovare il palco

Vorrei essere una coccinella e posare tanta fortuna sulle manine dei miei amori più grandi

Vorrei essere una talpa quando spegnere il cellulare non basta

Vorrei essere una tartaruga e vincere la fretta della lepre

Vorrei essere un canguro e saltare senza sensi di colpa da una cosa all’altra

Vorrei  rispondere alle domande più idiote nel modo più giusto: vorrei essere un lama.

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Avevo appena detto addio a Chiara, Federica, Mario, Piero, Renzo e pure a Maria.
Non sono più tra loro, sfogliate le pagine, scorrete il dito ma non mi troverete.
Le signorine del telemarketing non mi avranno più nei loro database, non sono più nella fettina di torta dei clienti Telecom, sarò quello spicchiettino “altro” colorato di solito di grigio.
Poi feci per digitare login e password della mia mail, errato. Ridigita, errato.
Avevo perso pure il diritto di essere una chiocciolina.
Iniziava a salirmi l’ansia, composi Laura Bò su google in cerca di rassicurazione, ma Laura non c’è. Laura non c’è. E’ andata via.
Facebook già da tempo aveva sparso la voce in giro sulla mia non-esistenza. Neanche nell’etere c’erano tracce o prove della mia forma di essere vivente.
L’agitazione mi fece correre di qua e di là in cerca. Una pallina impazzita che rimbalzava sui muri.
Cercai le amiche che potessero confermare la mia esistenza, ma Ironia era a letto con l’influenza, Dolcezza era in vacanza, Risata aveva avuto un incidente, nulla di grave ma era sotto osservazione per cautela.
Scesi giù di sotto e vidi quella doppia corsia di cognomi attaccata vicino al portone, ad ognuno corrispondeva un drin, bip, bee, trin, li suonai tutti fino ad eseguire la sinfonia di Beethoven, quella che compose per la cantante tedesca così amabile, ma non trovai il mio.
Non esistevo nemmeno sul citofono.
Angosciata risalai in casa e mi diressi in bagno.
C’era una torre di Pisa con qualcosa dentro, in una giornata storta mi sembrava il posto più opportuno dove metter mano.
Estrassi da lì una matita nera, me la rigirai tra le dita per un po’, poi iniziai a tratteggiare sulla palpebra chiusa. Lentamente sentivo la punta della matita toccare le ciglia avanti e indietro.
Una linea nera si stava disegnando sulla pelle.
Aprii l’occhio fissando lo specchio, e mi vidi.
Bentornata Laura.

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C’è un gallo qua vicino, ogni mattina mi sveglia e non riesco più a riprendere sonno.
Sarà anche colpa del caldo: d’estate l’insonnia aumenta, è l’ultima notizia scoop del telegiornale, il nervoso sale ed i cretini si espandono a macchia d’olio.
Marito, capo, ex-congiunto, vicino di casa, cassiere del supermercato, fratello, collega, autista del tram e pure quello dell’angolo che vende hot dog: nessuno deve essere stato risparmiato dal surriscaldamento della Terra che ha fuso l’unico neurone rimasto e suddiviso tra tutti loro.
Divincolarmi in una sola giornata da questi divertenti personaggi, per giunta in tacco dodici, mi aveva fatto perdere l’appetito ed ora era anche per questo che me ne stavo sveglia.
Ma non importa, ne approfitto per controllare i bagagli, che ci siano tutti.
No, non sto partendo per le vacanze.
Ho preparato una valigia per ognuno dei cretini dell’elenco.
Prendono tutti lo stesso volo low cost che attraversa il Pacifico.
– I Signori sono pregati di allacciarsi le cinture, l’aereo sta per decollare –
Vanno tutti a quel paese.
– Buona permanenza, vi ringraziamo per aver viaggiato con la nostra compagnia aerea.

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Te lo giuro sulla tomba del canguro.
Fragola, limone, mandarino, arancia.
Hai sete tira la coda al prete.

Marianna corre e tiene per mano una bambina.
Dà voce a quella bambina e ne conserva in tasca la carta di identità.
La bambina ogni tanto le fa cenno di voler vedere cosa c’è nella tasca.
Marianna estrae allora un cioccolatino e distrae la bambina.
La carta di identità è falsa e non passeranno la frontiera.

Uno, due, tre, stella.
L’orologio di Milano fa.
LIBERA TUTTI.

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