Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘Raccorti’ Category

Giacomo stava leggendo l’articolo del giornale. Sì lo sapeva anche la Thailandia è diventata una meta consigliata per i pensionati italiani. Una villetta per meno di cento mila euro, una casetta sulla spiaggia a cinquanta mila e cene nei migliori ristoranti a dieci euro.

Giacomo però cercava un luogo francese. Un posto dove si parlasse solo francese e ci fossero pochi turisti, soprattutto italiani.

Giacomo aveva frequentato nell’ultimo anno un corso di lingua francese. Era stato un bel gruppo: una casalinga sulla cinquantina, una giovane donna disoccupata, un paio di giovanissimi neo diplomati, un libero professionista attempato e una coppia di pensionati.

Non aveva fatto il corso in previsione del suo trasferimento sull’isoletta francese. Viceversa.

Fu durante il corso che ebbe l’illuminazione. Per fortuna aveva una buona disponibilità economica. Non era spinto dalla necessità di cercare un luogo più conveniente né più vivibile.

Era stato sempre considerato un’irresponsabile. Un po’ donnaiolo e sempre insoddisfatto. Giacomo si sentiva solo uno spirito libero e un animo fanciullesco.

Erano passati già quattro mesi dal suo settantanovesimo compleanno. Aveva poco tempo per cercare l’isola francese, la nuova casa, fare il trasloco e organizzare la festa. Una grande festa di compleanno. Già vedeva gli addobbi, l’enorme torta, gli invitati, fiumi di spumante. A ognuno dei suoi nuovi vicini era già pronto a rispondere felice: “Quatre-vings!”.

Tra qualche mese avrebbe festeggiato per la quarta volta i suoi vent’anni. Giacomo ora aveva fretta.

Read Full Post »

Era come prendere l’autobus al volo – pensò Laura – Sali in fretta e ti volti subito a controllare se in mezzo a quelle porte che si chiudono veloci dietro di te non rimanga qualcosa di tuo, qualcosa a bloccare il tuo avanzamento nel bus. Tocchi rapidamente la borsa, l’angolo del vestito e ti accerti di non aver perso nessun pezzo della tua immagine di stamattina. Quindi con uno scatto ti mischi tra i pendolari.

Un brivido colse Laura tra i suoi pensieri. Oggi era seduta, il posto più ambito: lato finestrino. Quel vetro trasparente e gelido. Cerchi di non avvicinarci troppo il viso mentre lo oltrepassi con lo sguardo, isolandoti da quell’ammasso in piedi intorno al tuo sedile. Fu allora che Laura percepì tutta la freddezza e la solitudine del suo corpo.

Si ricordò di quante volte aveva svuotato in fretta la lavatrice accesa nelle prime ore del mattino. Spesso si ritrovava con una mano tra magliette, slip e collant mischiati nella bacinella a cercare il calzino compagno di quello che teneva chiuso nell’altro palmo, per stenderli ordinatamente insieme. Alla fine lo trovava sempre appallottolato e spiaccicato sulla parete bucherellata del cestello della lavatrice. Anche facendo girare con un colpo di mano il cestello, il calzino stava appiccicato e nascosto. Lo cerchi e lo sai già, è là. Eppure Laura sentiva freddo.

Read Full Post »

Giallo

Andy stava tornando a casa quando vide la luce della sua cucina accesa.

”Ho dimenticato di spegnerla prima di uscire, sto proprio diventando vecchio” neanche il tempo di finire il pensiero che la luce si spense.

Accelerò il passo che dalla stradina del cortile conduceva al portone.

”Ecco i ladri, me lo aspettavo, stanno svaligiando tutti”

Arrivò al citofono e suonò varie volte, aspettò un po’ giù, poi si fece coraggio e salì le scale.

La porta era chiusa, estrasse le chiavi e le infilò nella toppa della porta, giravano.

Entrò in casa, tutto sembrava in ordine. Aprì il cassetto dove teneva la pensione: c’era tutta.

Si ricordò a un tratto della sua collezione di piatti dal mondo appesa in cucina.

Varcò la porta e spostò velocemente lo sguardo sopra il tavolo: eccoli lì tutti perfettamente in ordine sul muro.

Si avvicinò al mobiletto, aprì la finestra e  si affacciò a guardare le luci delle case intorno.

Gli avevano rubato la libertà.

Blu

Andy stava tornando a casa quando vide la luce della sua cucina accesa.

”Ho dimenticato di spegnerla prima di uscire, sto proprio diventando vecchio”  neanche il tempo di finire il pensiero che la luce si spense.

Accelerò il passo che dalla stradina del cortile conduceva al portone.

”Ecco i ladri, me lo aspettavo, stanno svaligiando tutti”

Arrivò al citofono e suonò varie volte, aspettò un po’ giù, poi si fece coraggio e salì le scale.

La porta era chiusa, estrasse le chiavi e le infilò nella toppa della porta, giravano.

Entrò in casa, tutto sembrava in ordine. Aprì il cassetto dove teneva la pensione: c’era tutta.

Lì vicino un vecchio portachiavi, pensò un attimo poi prese una chiavetta a e si diresse giù per le scale.

Aprì la cantina: sci, bici, passeggino. Tutto. Aveva subaffittato il suo posto ai vicini.

Richiuse la porta e chiamò l’ascensore.

Gli avevano rubato i ricordi.

Rosso

Andy stava tornando a casa quando vide la luce della sua cucina accesa.

”Ho dimenticato di spegnerla prima di uscire, sto proprio diventando vecchio”  neanche il tempo di finire il pensiero che la luce si spense.

Accelerò il passo che dalla stradina del cortile conduceva al portone.

”Ecco i ladri, me lo aspettavo, stanno svaligiando tutti”

Arrivò al citofono e suonò varie volte, aspettò un po’ giù, poi si fece coraggio e salì le scale.

La porta era chiusa, estrasse le chiavi e le infilò nella toppa della porta, giravano.

Entrò in casa, tutto sembrava in ordine. Aprì il cassetto dove teneva la pensione: c’era tutta.

Tirò un sospiro, poi accese la luce del salotto. Andò lentamente verso il mobiletto, dal vetro si potevano intravedere tutti i suoi 33 giri.

Si lasciò cadere sulla poltrona, prese il telecomando e accese la televisione.

Gli avevano rubato la passione.

Verde

Andy stava tornando a casa quando vide la luce della sua cucina accesa.

”Ho dimenticato di spegnerla prima di uscire, sto proprio diventando vecchio” neanche il tempo di finire il pensiero che la luce si spense.

Accelerò il passo che dalla stradina del cortile conduceva al portone.

“Ecco i ladri, me lo aspettavo, stanno svaligiando tutti”

Arrivò al citofono e suonò varie volte, aspettò un po’ giù, poi si fece coraggio e salì le scale.

La porta era chiusa, estrasse le chiavi e infilò nella toppa della porta, giravano.

Entrò in casa, tutto sembrava in ordine. Aprì il cassetto dove teneva la pensione: c’era tutta.

Si sfilò la giacca e la appese nell’ingresso. Riguardò le foto incorniciate sulla parete e si diresse in camera da letto.

Da un cassetto di uno dei due comodini tirò fuori un cofanetto. Lo aprì e lo richiuse velocemente.

Quindi si adagiò sul letto e rimase al buio.

Gli avevano rubato la speranza.

Read Full Post »

Agatha aveva appena finito di ragionare sul mistero che si celava tra i Simpson e gli Addams. Avete mai notato? Homer e Gomez…due nomi simili per i due papà, Marge Simpson ha lunghi capelli all’insù e l’affascinante moglie della famiglia Addams ha lunghi capelli all’ingiù!

Ed ora Agatha era inquietata da un’altra profonda e serissima riflessione: Babbo Natale. Come si faceva a negare la somiglianza con il nonno di Heidi! E se dietro alla renna con il naso rosso si nascondesse il famoso pagliaccio Grock? E che dire della slitta che si alza in cielo? Non vi ricorda qualcosa? Certo! Il tappeto volante di Aladino.

Ecco Agatha era proprio assorta da questi pensieri quando sentì un rumore. Corse in salotto e vide tutte le palle dell’albero di Natale muoversi insistentemente lasciando nell’aria un campanellio sospetto. Piuttosto spaventata ma sempre controllata, Agatha si guardò intorno. Ma eccolo! Era Birba il suo gatto nero che uscì velocemente dalla sala. Sì deve essere stato lui a muovere l’albero. Che stupida, lasciarsi influenzare da tutta quell’atmosfera natalizia.Come se esistesse Babbo Natale, o gli angeli o gli gnomi. Allora se il suo gatto si chiamava Birba lei chi era Gargamella? Ah, Ah ridicolo, sì sì ridacchiava Agatha e i puffi allora dove sono? Che ridere. Si preparò quindi ad andare a letto, per lei quel 24 dicembre in fondo era una sera come tante e l’unico suo rammarico era quell’inspiegabile albero di Natale che faceva ogni anno, così solo per una vecchia abitudine, ma che a pensarci bene era solo una stupida perdita di tempo. Sdraiata nel suo letto, però, ora non riusciva più a prendere sonno e le sembrava di continuare a sentire quei campanellini. Si rigirò più volte nel letto fino a quando si decise a prendere il cellulare.

– Pronto, Piero senti, tu che sei il migliore della scienza, rideresti al pensiero che possa esistere davvero Babbo Natale, no? Sì ridicolo, anzi mi rispieghi per favore anche quella bella teoria sulle molecole? Sì lo so scusa, tardi e tu hai appena finito di registrare la tua trasmissione ma mi piace quella storia, poi ricordarmela un attimo. Grazie e buonanotte, sì tutto bene. Grazie.

Agatha spense quindi la luce e si rigirò nel buio per cercare una comoda posizione per addormentarsi. Nulla. Non c’era verso di prendere sonno.  Di nuovo degli strani rumori, poi degli strani suoni dietro la porta. Ecco i ladri finalmente avevano osato provocare la sua bontà. Perchè lei non aveva paura, anzi capire finalmente cos’era tutta quella sensazione di quella sera la tranquillizzò. Ecco sono i ladri. Indossò subito la vestaglia e si diresse alla porta.

– Vi conviene scappare, sono armata.

Ma da dientro alla porta si senti una grossa risata, – Non fare la sciocca e apri Agatha.

Agatha rimase di stucco, dallo spioncino vide un’imponente sagoma rossa. Aprì la porta, lasciando intravedere dall’esterno tutti quei libri dalla copertina gialla che ornavano l’ingresso dell’appartamento.

– Sono passati 78 anni da quando ho spiegato ai miei genitori che non esiste Babbo Natale e che è tutta una montatura commerciale. Ora quindi togliti barba e cappello e dimmi chi sei e cosa vuoi.

– Ah Agatha non sei affatto cambiata in tutti questi anni. Smettila di cercare di risolvere misteri. Ma non ho tempo per chiacchiere inutili. Ho lavorato tutta la notte e sono stanco e affamato. Che c’è da mangiare?

– Ma se io ti ho lasciato per tre anni di fila un bicchiere di latte e i biscotti e tu non li hai mai presi. Anche stasera, nessun bambino te li ha lasciati eh, vecchio impostore, dimmi chi sei? Anche Piero non ti crede.

– Latte e biscotti? Che stupidaggine, ma chi è che ha messo in giro ‘sta voce?! Non ne posso più, io odio il latte. Eppoi Piero, devi sapere, che mi lascia da anni la sua calza da riempire, ma come fa a dirlo, non vuole mica rischiare di essere espulso dal festival di sanremo, o dalla cucina di Antonella e nemmeno rifugiarsi in Svizzera a cantare. Ma comunque tornando a noi, non hai delle lasagne?

– Ho il frizeer pieno, sono il mio piatto preferito

– Allora baby accendi il micronde che si mangia!

 

…Buon Natale a tutti!

Read Full Post »

Me ne sto seduta sulla tavoletta del cesso a pensare.

Mi sto immaginando ridacchiando il vero purgatorio fatto di persone che arrotolano, srotolano, cambiano e ricambiano rotoli di carta igienica dal portarotoli.

Ma che cazzo vi costa mettere la carta nel portarotoli anziché appoggiarla di qua e di là e creare tutto sto schifo di carta merdosa, bagnata e puzzolente su tutto il pavimento del cesso?

Ubriachi, porci e scrofe pure le fighette di legno, anche loro belle stronze sfaticate.

Alla fine New York come la piccola provincia, come quel buco di merda dal quale vengo. Stesse ragazze capricciose e superficiali, stessi ragazzi viziati e arroganti.

Quanto vi ho preso per il culo a tutti voi, ridendo dentro di me tre volte di più di quanto lo facevate voi alle mie spalle. Idioti.

Tutti al bancone a ruttare teorie del cazzo sulla mia vita, ma che ne capiscono delle teste di minchia della vita, che non sanno neppure loro di che farsene della loro, e si agitano tanto per trovare un senso alla mia, piccoli borghesi nauseanti.

Quando per sbaglio sentivo le vostre teorie condite da quegli sguardi da cazzo moscio che si sente uno stallone mi facevate sbellicare dalle risate, quando non mi incazzavo, che stavo di buon umore.

Che ne sapevate voi signorine di buona famiglia, dove la merda più puzzolente viene spruzzata di profumo alla lavanda, e voi ci cascavate, oche. Che ne sapevate voi che si può essere stanche dell’amore già a quindici anni, che l’amore mi aveva già deluso a cinque, che ero logorata nel cuore da quell’uomo che per istinto, legge o convenzione dovrebbe amarti e proteggerti. Ma che cazzo ne sapevate voi che se il fidanzatino non vi portava i fiori per il primo mese di uscita insieme piangevate tre giorni sulla spalla della mammina cornuta. E vi chiedevate perchè io me ne stavo da sola? Perchè mentre voi vi facevate consolare dalle amichette io tornavo dal riprendere mio padre dalla strada, ubriaco perso che piangeva e diceva “cambierò, ti giuro che cambierò”, tirandomi il braccio tanto da farmi venire i lividi.Che poi a sta cosa non ci ho mica mai creduto, ma chi cazzo ci può credere, avevo cinque anni quando l’ho sentito dire sta cazzo di frase. E per anni l’ho solo visto sparire e riapparire a convenienza dalla mia vita, fottendomela, quasi ci stava riuscendo lurido verme bastardo.

Ho visto il mio futuro senza quelle merde di palle magiche che sfregano le zingare. L’ho visto negli occhi spenti e rassegnati di mia madre, nelle sue spalle curve, nelle sue mani ruvide di lavoro nei campi, in quelle calze rattoppate che trascinava. Che schifo mi faceva quella donna che se solo incrociava il mio sguardo le venivano gli occhi lucidi e abbassava la testa mesta.

Fu uno dei tanti giorni passati in terza elementare a aprirmi una nuova strada.

Come al solito me ne stavo presente assente, immobile davanti ad un piatto di pasta fredda a fissare il vuoto contornato da oche ridacchianti, quando passò una maestra, una specie di supplente che veniva solo ogni tanto ad aiutare in mensa. Con quello che riconobbi, non so da cosa, come uno sguardo amorevole e paziente mi disse “Mangia che cresci”, strizzandomi l’occhio.

Non aggiunse altro, ma visto che la logica non mi mancava e che in matematica ero brava, fu immediata la formula nella mia testa: mangia che cresci, diventi grande e indipendente, e poi fai quello che vuoi della tua vita.

Diventai agli occhi del paese una bambina educata e timida. Brava a scuola, brava a casa, che camminava a passo silenzioso rasente ai muri. Mi trasformai in un’adolescente solitaria e taciturna, sempre di corsa tra un otto in matematica, le faccende di casa e il lavoro nei bar la sera. E la notte andavo a recuperare velocemente a testa bassa mio padre, quando mi accorgevo da dietro al bancone che quell’ubriaco sul retro con il cappotto marrone era lo stesso uomo sparito da casa di mia madre qualche giorno prima. Che pensate un po’ cosa aveva da dire? “Perdonami, perdonami, giuro che è l’ultima volta, lo giuro su tua madre.” Bel modo di ammazzare una misera donna, dopo i calci in culo che si già presa da te, porco bastardo. Ma stavo zitta, lo appaggiavo al letto, e anche quando mi strattonava furioso o tirava uno schiaffo con “perchè non mi credi?”, stavo zitta. Prendevo i miei libri e andavo a studiare fuori casa, sotto al lampione ronzante di fottuti insetti.

Terminai il liceo con il massimo dei voti, nonostante i raccomandati di merda che occupavano quei banchi, e per l’occasione mia madre, ovviamente singhiozzando, mi chiuse in mano un centone, dicendo che era per me.

Bella roba, e che cazzo ci facevo con un centone. Per fortuna non sviai di un solo giorno il mio programma deciso anni prima.

Accennai un sorriso e ringraziai educatamente la mamma.

Mi recai quindi nel box puzzolente dove l’ubriaco passava svaccato le sue giornate dopo aver bevuto a scrocco, leccando i culi dei borghesi, tutta la notte.

Avevo diciotto anni e avevo mangiato ogni giorno per anni tutto il mio piatto di pasta.

“Dai svegliati” dissi scrollando insistentemente quel corpo lurido e puzzolente.

Durante il tragitto avevo pensato di vomitargli addosso tutta la mia infanzia negata, ma vedendo quella faccia impallata lasciai perdere ste cose da film e andai dritta al punto.

“Coglione, lo so che hai rubato tu i soldi della cassa dell’alimentari, che pensi non abbia notato tutti i tuoi movimenti del cazzo lì intorno. Avevo capito tutto, ma sai che ti dico, non aspettavo altro che facessi l’ennesima cazzata. So anche dove li tieni. No, non inizare a piangere, non ti denuncio. Dammene la metà. Dico sul serio, che hai da guardare, hai visto che brava figlia che hai, bestia schifosa che non sei altro.”

Fu così che misi l’accento al mio nome, Sarà, e mi pagai il biglietto aereo per un nuovo futuro.

Per il resto avevo messo negli anni abbastanza soldi da parte per arrangiarmi per qualche tempo a New York, e poi avevo trovato questo merdoso lavoro al pub.

Mentre butto fuori il fumo della mia Malboro Light dalle grate dell’oblò del cesso, respiro libertà, sto ripensando al messaggio di questa mattina.

Giovanni mi ha raccontato il suo sogno via sms.

Ha finalmente picchiato tutti, tirato oggetti, sbattuto porte. Mi ha scritto che si è svegliato con una sensazione nuova, una strana leggerezza. E quasi ridendo: lui lento e grassottello che picchiava!

Sono felice anch’io stamattina.

Ora so che presto mi raggiungerà a New York, è pronto per volare da me.

Intanto io devo solo tenere duro in sto cazzo di pub ancora qualche mese, e che cazzo vuoi che siano alcuni mesi, dopo vent’anni.

Devo raggruppare giusto un altro po’ di soldi. Ne ho già messi da parte più del previsto.

Mangio al pub tre volte al giorno rubacchiando roba dal magazzino e mentre preparo i panini, qualche sera sul tardi riesco pure a ripulire i piatti di avanzi e portarmeli a casa. Anche le siga le trovo “dimenticate” sui tavolini delle fighette americane, un giro veloce di mano ed ecco un pacchetto, ma ste zoccole fumano solo Malboro Light, ah chi l’avrebbe mai detto, io senza le Diana.

Accetto qualsiasi cambio di turno delle altre ragazze per fare più mance, e ovviamente la pulizia cessi è diventata mia esclusiva. Stronze.

Ho letto centinaia di libri, studiato il francese con impegno, spulciato cartine geografiche, telefonato a consolati e ambasciate, ho camminato tutti questi anni a testa china ripassando il mio programma ogni giorno.

Ora è fatta. E Giò mi raggiungerà presto.

E allora Sarà. Di nuovo. Ci apriremo la nostra nuova strada, insieme.

Andremo sulla nostra isola e apriremo il chiosco sognato “ Da Sara e Giò”.

Specialità della casa: pasta asciutta.

Read Full Post »

Avevo appena detto addio a Chiara, Federica, Mario, Piero, Renzo e pure a Maria.
Non sono più tra loro, sfogliate le pagine, scorrete il dito ma non mi troverete.
Le signorine del telemarketing non mi avranno più nei loro database, non sono più nella fettina di torta dei clienti Telecom, sarò quello spicchiettino “altro” colorato di solito di grigio.
Poi feci per digitare login e password della mia mail, errato. Ridigita, errato.
Avevo perso pure il diritto di essere una chiocciolina.
Iniziava a salirmi l’ansia, composi Laura Bò su google in cerca di rassicurazione, ma Laura non c’è. Laura non c’è. E’ andata via.
Facebook già da tempo aveva sparso la voce in giro sulla mia non-esistenza. Neanche nell’etere c’erano tracce o prove della mia forma di essere vivente.
L’agitazione mi fece correre di qua e di là in cerca. Una pallina impazzita che rimbalzava sui muri.
Cercai le amiche che potessero confermare la mia esistenza, ma Ironia era a letto con l’influenza, Dolcezza era in vacanza, Risata aveva avuto un incidente, nulla di grave ma era sotto osservazione per cautela.
Scesi giù di sotto e vidi quella doppia corsia di cognomi attaccata vicino al portone, ad ognuno corrispondeva un drin, bip, bee, trin, li suonai tutti fino ad eseguire la sinfonia di Beethoven, quella che compose per la cantante tedesca così amabile, ma non trovai il mio.
Non esistevo nemmeno sul citofono.
Angosciata risalai in casa e mi diressi in bagno.
C’era una torre di Pisa con qualcosa dentro, in una giornata storta mi sembrava il posto più opportuno dove metter mano.
Estrassi da lì una matita nera, me la rigirai tra le dita per un po’, poi iniziai a tratteggiare sulla palpebra chiusa. Lentamente sentivo la punta della matita toccare le ciglia avanti e indietro.
Una linea nera si stava disegnando sulla pelle.
Aprii l’occhio fissando lo specchio, e mi vidi.
Bentornata Laura.

Read Full Post »

Babbo Natale desiderava come regalo trovare sotto il grosso abete in cortile una slitta nuova.
Quella che aveva stava cadendo a pezzi, quell’anno sarebbe stato l’ultimo che avrebbe potuto usarla. Anche quelli del collaudo gli avevano detto che ormai non potevano proprio più farla passare ai test, avevano chiuso un occhio, anche due, già troppe volte.
Babbo Natale scrisse allora una lettera dei desideri ma se la ritrovò nella sua cassetta della posta.
Era lui Babbo Natale, e non esisteva un Babbo di Babbo Natale.
Pensò “se non esiste un Babbo di Babbo Natale esiste però una befana”. Così cerco il numero di telefono di Befy sulla rubrica e la chiamò.
“Mi spiace, ma io posso portare solo carbone, non sono autorizzata a fare regali, se lo scoprono mi licenziano. Ma, scusa, perchè non ti rivolgi al sindacato? Il nostro quando volevano farci portare anche il carbone dolce ci ha difese.”
“Non ho un sindacato di categoria, di befane ce ne sono tante, di Babbo Natale ce n’è solo uno…”
Babbo Natale aspettò ansiosamente fino all’aprile del nuovo anno, ma quando finì di mangiare tutto il cioccolato dell’uovo di Pasqua dovette rassegnarsi al fatto di non aver trovato una slitta come sorpresa.
E contò centodieci stelle cadenti la notte di San Lorenzo, a tutte chiese la stessa cosa, ma dal cielo non biombò nessuna slitta nuova.
Era già autunno inoltrato e Babbo Natale non aveva ancora risolto il problema slitta. Le renne erano a terra, sul caldo tappeto zebrato in salotto.
Babbo Natale sprofondò sulla poltrona gonfiabile ed accese il maxi schermo LCD su Mediaset.
Gli apparì un simpatico motociclista che stava girando nel circuito di Valencia su una moto sopra un carrello trascinato da tozzi bulldog che indossavano una maglietta con il numero quarantasei. Ogni tanto inquadravano un adesivo sulla moto con la faccia di un cane al quale il pilota dedicava la vittoria.
“Lui mi può aiutare” sobbalzò Babbo Natale.
Le renne lo guardarono un po’ perplesse e spaventate: dei bulldog?
Babbo Natale non si fece fermare da quegli sguardi e chiamò subito Fuori Giri per farsi dare il nome ed il numero di cellulare di quel pilota.
“Ma gli devo parlare in italiano o in inglese?”
“Per carità! In italiano, gli parli in italiano.”
Valentino fu molto stupito e divertito.
“Sì, ma butta giù che ti richiamo io, che ho le chiamate gratis”
Babbo Natale fu colpito da tanta gentilezza, e fece come detto.
Passarono i giorni e le settimane, ma il telefono non squillava.
Babbo Natale, sempre più triste al pensiero dei bambini buoni senza regali, se ne stava alla finestra a vedere i primi fiocchi di neve scendere.
Quando, ad un tratto, vide una moto impennare in cortile.
“Scusa il ritardo Babby ma la Bridgestone faticava a trovarmi le gomme da neve, hanno un gran da fare ora che ci sono solo loro. I cani poi si sono rifiutati categoricamente di venire con me al freddo, sai, loro sono abituati al clima di Valencia, sono del mio amico Dani.”
Babbo Natale commosso ringraziava, guardando le renne corse a vedere quanto stava succedendo lì fuori.
Un po’ schifate si fecero legare alla moto e Babbo Natale salì con tutto il sacco di regali pronti, allacciandosi saldamente al generoso pilota.
“Che bello, con questo motore a valvole abbiamo fatto in un attimo”, le renne alla fine erano soddisfatte di aver faticato meno degli anni passati.
“E ci resta pure il tempo per una birra” aggiunse Babbo Natale
“Sì, ma il prossimo anno ti fai aiutare da Max” disse Vale brindando con Babbo Natale.

Read Full Post »

Older Posts »